martedì 29 luglio 2014

La caduta - Albert Camus


Inizia una nuova sfida!
Dopo essermi laureata in Lettere moderne lo scorso aprile, sono finalmente pronta per approfondire gli studi. Qualche settimana prima di laurearmi, giuro, mi ero imposta di trascorrere i successivi sei mesi leggendo, scrivendo e facendo la bella vita. Volevo assaporare tutta la libertà che per anni interi avevo agognato, giorno dopo giorno. Volevo godermi l'agenda vuota e senza impegni, volevo svegliarmi la mattina e fare ciò che mi andava di fare. Vi assicuro che per un periodo è stato così, un periodo piuttosto breve, ma c'è stato! Ho guardato centinaia di film; ho letto quanti più libri ho potuto; ho iniziato e completato due serie televisive; sono uscita; ho fatto shopping; mi sono divertita...ed era ancora giugno. Soltanto giugno. GIUGNO!

"L'ho capito molto presto. Un tempo, non avevo sulle labbra che libertà. Per colazione la spalmavo sui crostini, tutto il giorno la masticavo, portavo fra la gente un alito deliziosamente fresco e profumato di libertà. Assestavo questa parola maiuscola a chiunque mi contraddiceva, l'avevo messa a servizio dei miei desideri e della mia potenza. A letto, la mormoravo all'orecchio addormentato delle mie compagne e mi aiutava a piantarle. La insinuavo...Via, mi eccito e perdo misura. In fin dei conti, m'è capitato di fare un uso disinteressato della libertà, pensi come ero ingenuo, un paio di volte l'ho anche difesa: certo non mi sono spinto fino a morire per essa, ma ho pur corso qualche rischio. Bisogna perdonarmi quelle impudenze, non sapevo quel che facevo. Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo un'aula tetra, solo una pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà, c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno." [pagina 74]

Due mesi e mezzo di dolce far niente e poi? Poi la Martina che per un attimo avevo sperato di accantonare è emersa e sbracciando e sgomitando si è fatta largo nella mia mente e mi ha rimproverato. Perché la verità, amici, è questa: non riesco proprio a stare con le mani in mano. Camus ne "La caduta" dice che quando le persone si annoiano cercano in tutti i modi di complicarsi la vita e forse mentre scrive pensa a me. Tutta questa libertà mi stava stretta. Sono una ragazza troppo organizzata, non riesco a concedermi il lusso di non avere impegni! Così ho fatto molti colloqui di lavoro, ho cercato corsi specialistici, corsi pratici, corsi di qualsiasi genere e finalmente ho trovato un master estivo molto interessante. Ho sostenuto l'esame e l'ho superato rientrando nella rosa dei 13 fortunati possibili partecipanti. Ho vinto anche una borsa di studio, che non fa mai male. Ma non finisce qui! Ho contattato tutti i professori delle materie del primo semestre della specialistica e mi sono fatta inviare i programmi completi. Ho anche iniziato a studiare! Cosa ci posso fare?Mi piace avere degli impegni, mi piace dover rispettare delle scadenze, purtroppo o per fortuna sono fatta così.

E dunque veniamo a noi. Nel programma di uno dei quattro esami che dovrò sostenere a Gennaio sono presenti due libri di Albert Camus e stamattina mi sono svegliata abbastanza presto per poterne leggere uno. Ho scelto di iniziare da "La caduta".

TRAMA: Clamence, un brillante avvocato parigino, abbandona improvvisamente la sua carriera e sceglie come quartier generale un locale d'infimo ordine, il Mexico-City, ad Amsterdam. Presa coscienza dell'insincerità e della doppiezza che caratterizza la sua vita, Clamence decide di redimersi confessando e incitando (per sincerità, per virtù, per il gusto della dialettica) gli occasionali avventori della taverna portuale a confessare la loro "cattiva coscienza". Ma non bisogna lasciarsi ingannare: Clamence non si redime. L'eroe di Camus secondo le sue stesse parole "percorre una carriera di falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne."

Mi aspettavo una lettura diversa. Inizio subito con il dire che non mi ha entusiasmato, anzi, ho trovato che questo libro a tratti sia davvero noioso. Albert Camus crea una cornice straniante e si serve del monologo del protagonista affinché questa aurea di straniamento pervada l'intero libro. Ci sono dei momenti, dei pensieri e dei passi folgoranti, nonostante la vicenda nel suo complesso sia piuttosto statica e ripetitiva. Durante le ottantadue pagine, Clamence parla e parla e parla con un povero malcapitato al quale non viene riservata nemmeno una battuta all'interno della narrazione. Un dialogo a una voce, quasi un delirio o forse una confessione. Clamence confessa ad un ignoto sconosciuto cosa lo ha spinto a cambiare rotta nella sua vita. Inizia descrivendo se stesso, il suo vecchio lavoro di avvocato affermato e ricco per poi giungere alla caduta, l'evento tragico che gli ha spezzato la coscienza.

Ero felice di camminare, un po' intorpidito, fisicamente calmo, col corpo irrigato da un sangue lento come la pioggia che cadeva. Sul ponte passai dietro ad una forma china sul parapetto, sembrava che guardasse il fiume. Più da vicino, distinsi una giovane donna esile, vestita di nero. Fra i capelli scuri e il colletto del mantello, si vedeva soltanto una nuca, fresca e umida, a cui non fui insensibile. Ma, dopo un attimo di esitazione, continuai per la mia strada. In capo al ponte, presi il lungo Senna in direzione Saint-Michel, dove abitavo. Avevo già percorso una cinquantina di metri, quando sentii il tonfo che, malgrado la lontananza, mi parve tremendo nel silenzio notturno, di un corpo che cade in acqua. Quasi subito sentii un grido, ripetuto parecchie volte, che scendeva il fiume; poi si spense bruscamente. Il silenzio che seguì, nella notte tutt'a un tratto rappresa, mi parve interminabile. Volli correre, e non mi mossi. Tremavo, credo, per il freddo e per l'oppressione. Dicevo fra me che bisognava affrettarsi, e mi sentivo il corpo invaso da una debolezza irresistibile. Ho dimenticato che cosa pensassi. "Troppo tardi, troppo lontano..." o qualcosa di simile. Ascoltavo, sempre immobile. Poi, a piccoli passi, sotto la pioggia, mi allontanai. Non avvertii nessuno.
La morte di questa sconosciuta lo trascina in un vortice di ripensamenti. Ripensa alla sua vita; alla sua condotta; al modo con il quale ha stretto legami con le persone; alle occasioni che ha perso; alle donne che ha ferito. La morte gli apre gli occhi. Allora scappa, si trasferisce ad Amsterdam e diventa Giudice, diventa anche Papa e confessore. La febbre lo piega, la sofferenza e la solitudine lo pervadono. E continua a raccontare imperterrito le sue vicende al mite ascoltatore senza volto. Io, io, io, solo e soltanto Clamence figura nel monologo. Eppure non riesce a salvarsi, il protagonista è imprigionato in questo groviglio di vita e non riesce a trovare il bandolo della matassa.

"Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!" Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendiamo in parola? Bisognerebbe decidersi. Brr...! l'acqua è così fredda! Ma rassicuriamoci! Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!
Clamence non riesce a liberarsi dal senso di colpa, a volte se ne dimentica e forse parlare e parlare con gli sconosciuti funge da unico scudo capace di schermarlo dai ricordi più torbidi e più duri da digerire. Ciò che manca a Clamence è la volontà di redimersi e l'incapacità di dare l'ennesima svolta alla propria vita.
Un romanzo scritto egregiamente, anche se non questa lettura non è stata in grado di convincermi fino in fondo. I temi trattati sono tra i più disparati, eppure, a tratti, il libro è in grado di annoiare il lettore (per lo meno con me c'è riuscito).
Spero che con "Lo straniero" andrà meglio e dato che il Professore venera tanto questo libro spero non sarà uno degli argomenti principali del mio futuro esame.

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giovedì 24 luglio 2014

Ragazze di campagna - Edna O'Brien


Stanche delle privazioni e delle angherie subite nel collegio religioso dove sono state mandate, Caithleen, la narratrice, e Baba, la sua migliore amica, scrivono una lettera oscena su una delle suore e la lasciano dove sanno che verrà trovata. Immediatamente espulse, devono fare i conti con l'ira del padre di Caithleen, che colpisce la figlia in pieno viso. Il primo romanzo di Edna O'Brien descrive la vita di ragazze che crescono all'ombra di una famiglia patriarcale e della Chiesa, i due poteri dominanti della contea del Clare, in Irlanda, dove è ambientata gran parte della narrazione. Il carattere irriverente ed edonistico delle protagoniste si scontra senza possibilità di riconciliazione con le limitazioni claustrofobiche di quel mondo, descritto efficacemente nel romanzo, e la loro partenza per Dublino è inevitabile. In Ragazze di campagna, l'autrice cela abilmente la propria consapevolezza dei problemi discussi per mettere in primo piano l'impulsività e la spontaneità della narratrice, la cui voce è fatta di più impressioni che di riflessioni, incentrata su gioie e dolori quotidiani: la zuppa nauseante del convento, la piacevole lettura di Tenera è la notte, il vestirsi bene per andare in città. Diversamente da Baba, Caithleen fa sogni romantici, non ultimo quello associato al freddo "Mr. Gentleman" che la corteggia nel Clare e prova a sedurla dopo l'arrivo nella capitale. Deve ancora scoprire che cercare la felicità attraverso l'amore, il sesso e gli uomini, non significa necessariamente trovarla. [Tratto da pagina 550 di "1001 libri da leggere prima di morire"]


Questa mattina mi sono svegliata con la voglia di leggere un libro nuovo. La mia lista dei libri ancora da leggere è aumentata notevolmente e per questo, prima di produrmi in nuovi acquisti compulsivi, ho deciso che sarebbe meglio per me, per il mio portafoglio e per la mia libreria pericolante iniziare a smaltire almeno alcuni dei libri accumulati.
"Ragazze di campagna" è stato un acquisto impulsivo. Era tra gli scaffali della libreria dell'usato presso la quale acquisto di solito e costava solo 4 euro. Mentre sfogliavo i 1001 libri da leggere prima di morire e mentre ero insicura se imbarcarmi o no in questa impresa, mi sono accorta che due dei romanzi scritti dalla O'Brien facevano parte della lista e tra questi due compariva inoltre il romanzo in mio possesso.
Insomma ho deciso di leggerlo per proseguire il progetto e per leggere qualcosa di breve.

Alle 9 di questa mattina ero a pagina 1 e dopo qualche pausa per bisogni fisiologici, facebook e instagram alle 13 ero a pagina 250 e il libro era finito. L'explicit mi ha lasciata perplessa e sono subito andata a fare delle ricerche per conoscere meglio autrice e libro. Ho scoperto che questo romanzo è l'esordio di Edna O'Brien e che alla sua pubblicazione degli Anni '60 suscitò reazioni di sdegno tra i lettori tanto che molte delle copie in circolazione vennero bruciate addirittura sul sagrato delle chiese. Cosa ci sarà di così scandaloso? Per la prima volta, o quasi, una scrittrice donna si preoccupava di mettere a nudo i pensieri delle donne. Sinceramente e in maniera esplicita Edna O'Brien affronta tematiche davvero ostiche ai puritani, infatti racconta di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere e parlare liberamente della propria sessualità, ma in una veste letteraria molto sobria e elegante (siamo lontani anni luce dalle celebri sfumature, badate bene).

Un romanzo molto interessante e non fatevi scoraggiare dall'ultima pagina. Se la fine è così sospesa e strozzata è soltanto perché questo è il romanzo di apertura di una trilogia composta da:

  1. Ragazze di campagna
  2. La ragazza dagli occhi verdi
  3. Ragazze nella felicità coniugale
Scritto davvero bene, attuale e scorrevole, ciò che più mi ha colpito è il fatto che nell'amicizia tra le due protagoniste Caithleen e Baba ho rivisto molto del rapporto che c'è tra Lila e Lenù nella trilogia de L'amica geniale di Elena Ferrante (#TeamLoveElena). Le due ragazze sono in continua competizione, nel bene e nel male, eppure non riescono a fare a meno l'una dell'altra. C'è questo rapporto di amore e odio, questo amore molesto che le lega indissolubilmente. La differenza principale tra Lila e Baba è che Lila ogni tanto dimostra affetto nei confronti di Lenù mentre Baba è ciò che con un epiteto non troppo gentile posso senz'altro definire lurida carogna. E' una ragazzina veramente terribile e ingestibile, cattiva, smorfiosa e viziata. Non mi spiego per quale ragione Caithleen le sia così legata e come possa farsi manipolare sì tanto. Questo attaccamento morboso è affascinante anche se nel libro non viene approfondito (questa è l'unica pecca). Per il resto è un romanzo da leggere tutto d'un fiato e non vedo l'ora di proseguire la trilogia, chissà, forse fra qualche milione di anni acquisterò anche gli altri due volumi...per ora vado a risparmio.

Avete letto questo libro? Lasciatemi la vostra opinione qua sotto, se vi va!



-995

Gli altri libri che ho letto e recensito e che fanno parte di questa sfida potete trovarli ai link:
-1000: Il Profumo - Patrick Suskind
-999: L'uomo che cade - Don DeLillo
-998: I tre moschettieri - Alexandre Dumas
-997: Uomini e topi - John Steinbeck
-996: Lolita - Vladimir Nabokov


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mercoledì 23 luglio 2014

Le mille luci di New York - Jay McInerney



TRAMA: "Folgorante libro d'esordio, scritto quando McInerney aveva ventinove anni, diventato in breve uno dei più acclamati best seller d'America. La storia è di quelle che non si dimenticano; la scrittura, concitata e imprevedibile, colpisce fin dalle prime battute. Il protagonista, che lavora presso la rivista chic di New York, al Reparto Verifica dei Fatti, è "andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca", nell'intento di saggiare i propri limiti, ma il mondo riluttante dei locali alla moda e dei personaggi di successo che frequenta durante le sue peregrinazioni notturne è incompatibile con la routine quotidiana. La "vita spericolata" non si concilia con il lavoro che inchioda alla scrivania dalla mattina alla sera. Il suo "capo", una donna severa come una maestra elementare d'altri tempi, non è disposta ad accettare debolezze ed errori. Il nostro eroe, che ormai non può più fare a meno di uno stick di Vicks inalante per aprirsi un varco tra i mucchi di "neve" indurita che gli ostruiscono le narici, e di un paio di occhiali scuri per difendere gli occhi incapaci di affrontare la luce del giorno, viene licenziato, senza preavviso. Ma anche la vita privata non va meglio: la moglie, una ex ragazza di provincia, diventa poi una modella di successo, lo scarica da un giorno all'altro senza troppe spiegazioni. Ma questo comportamento ha ragioni profonde, le cui radici si ritrovano nell'infanzia e in complicati rapporti familiari, Quando l'autore affronta questa parte della storia dà il meglio di se stesso, scavando anche nella propria biografia, e la scrittura diventa commovente ma priva di sbavature sentimentali."

Non riesco a capacitarmi di cosa sia cambiato. Anni fa mi capitava spesso di prendere delle cantonate per cui, ogni dieci libri, almeno un libro brutto saltava fuori, sempre. Questo 2014 mi sta andando proprio bene, non faccio altro che acquistare e leggere romanzi bellissimi e "Le mille luci di New York" è uno di questi.
Ho deciso di prendere questo libro al Salone Internazionale del libro di Torino sotto consiglio della grande Fernanda Pivano. L'ho tenuto da parte per due mesi esatti e poi ho deciso di leggerlo, finalmente.
"Le mille luci di New York" mi ha accompagnato in un pomeriggio inquietantemente sereno, non una nuvola, solo blu ovunque sia nell'acqua del mare sia nel cielo. Ripensandoci, probabilmente la location e la lettura non erano del tutto abbinate, eppure il connubio si è rivelato vincente: nella calma totale di una spiaggia libera e senza vita ho trovato la concentrazione adatta a iniziare, leggere e finire questo romanzo.

"Come hai fatto ad andare in rovina?"
chiese Bill.
"In due modi," rispose Mike, "gradata-
mentre prima, e poi di colpo."

Jay McInerney decide di inserire questo passo tratto da Fiesta di Hemingway e credo non avrebbe potuto fare altrimenti dato che l'essenza del suo romanzo è tutta qui. Il protagonista, pagina dopo pagina, viene risucchiato dalle sabbie mobili della vita che lo espropriano di tutto: salute, amore, lavoro e giovinezza. Ma pur essendo vittima degli eventi; pur essendo un drogato cocainomane; pur avendo alle spalle un matrimonio fallito senza un motivo realmente valido; pur avendo un lavoro totalmente inadeguato leggendo le disavventure di costui nemmeno una volta ho pensato "Gesù, che depressione!". McInerney ci offre una storia potenzialmente tragica e ce la fa vedere sotto una lente piuttosto ironica e a tratti, azzarderei, anche divertente.
Quando il libro inizia ecco che l'incipit si rivela come qualcosa di così formidabile che sarebbe un reato non condividerlo con il mondo:

"Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare in un posto come questo a quest'ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisù Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell'impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei ancora disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale gratuito e paralisi di terminazioni nervose. A un certo punto avresti potuto decidere di fermarti, ma sei andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca, e adesso stai cercando disperatamente di cavalcarla. In questo momento il tuo cervello è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la lunga marcia attraverso la notte. hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento, di un po' di Tiramisù nazionale." [...]
 Leggere le prime righe del romanzo mi ha convinta che era arrivato il suo turno, vi state chiedendo perché? Ve lo spiego subito: il romanzo inizia con una parola chiave, il romanzo inizia con "tu". Questo presuppone che il narratore e il protagonista siano due persone distinte e implica anche che il narratore non si sta preoccupando di raccontare qualcosa successo giorni, settimane o mesi prima; il narratore sta guardando la storia in divenire, dunque ci è seduto a fianco mentre leggiamo e ci accompagna nella lettura e ci aiuta a analizzare le pagine del racconto. Chi è questo narratore? E' McInerney? E' un personaggio che prende parte alla storia? La narrazione in seconda persona mi attrae e mi sconvolge ogni volta.

 Molti si lamentano che il libro sia piuttosto superficiale e che non sia in grado di approfondire determinati nuclei tematici. Probabilmente detti molti lettori hanno ragione, ma il libro è scritto così bene che è un piacere sfogliare queste pagine. Non è un caso che McInerney sia un "discepolo" di Carver, la grandezza di questi scrittori sta nel non raccontare quasi niente eppure raccontare quel niente nel miglior modo possibile. Trovo sia affascinante e sfido tutti, nessuno escluso, a scrivere così.

Inoltre la trama e il personaggio principale mi sono entrati nel cuore. L'ultimo capitolo o per meglio dire la scena finale mi ha spezzato il cuore, letteralmente. Dopo tutte le vicissitudini affrontate dopo l'ennesima scorribanda notturna, il protagonista si trova di fronte a dei camioncini dove viene caricato del pane appena sfornato, ne chiede un poco al panettiere, "un uomo dagli avambracci tatuati", e quando questo gliene lancia un sacco lui si inginocchia ad annusarne il profumo "Ti vengono le lacrime agli occhi, e provi una tale sensazione di tenerezza e pietà che sei costretto ad attaccarti a un lampione". "Ti inginocchi e apri il sacco con uno strappo. Il profumo del pane fresco ti avvolge tutto. Il primo boccone ti si ferma in gola e ti fa quasi vomitare. Dovrai cercare di andar piano. Dovrai imparare tutto daccapo".

Anche nelle situazioni più atroci c'è speranza e nonostante la dissoluzione e le difficoltà, durante la lettura di questo romanzo non siamo spinti verso uno stato di depressione, bensì di speranza. Si può ricominciare in ogni momento, basta trovare la forza di volontà per cambiare la propria vita. Chissà se il protagonista c'è riuscito.



"Le mille luci di New York" di Jay McInerney
Casa Editrice: Bompiani
Pagine: 152
Prezzo di copertina: 9 euro
codice ISBN: 978845243677

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venerdì 11 luglio 2014

Mandami tanta vita - Paolo Di Paolo


"Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo. Edito Feltrinelli, 
158 pagine, 13 euro, ISBN 9788807019425


Ciao a tutti,
eccomi tornata con una nuova recensione. Mi sto buttando anima e corpo in un progetto di cui vi parlerò tra qualche giorno, ma sono riuscita a ritagliarmi un po' di tempo per qualche lettura breve e interessante.Sono stata male, giorni fa ho passato un pomeriggio d'inferno e una notte insonne e la mia mami, per tirarmi su il morale, ha imparato che un libro funziona quasi sempre. Così mi ha regalato "Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo. Un libro presente nella mia wishlist da quando l'ho visto un anno fa tra i candidati al Premio Strega.






TRAMA: Moraldo, arrivato a Torino per una sessione d'esami, scopre di avere scambiato la sua valigia con quella di uno sconosciuto. Mentre fatica sui testi di filosofia e disegna caricature, coltiva la sua ammirazione per un coetaneo di nome Piero. Alto, magro, occhiali da miope, a soli ventiquattro anni Piero ha già fondato riviste, una casa editrice, e combatte con lucidità la deriva autoritaria del paese. Sono i giorni  di carnevale del 1926, Moraldo spia Piero, vorrebbe incontrarlo, imitarlo, farselo amico, ma ogni tentativo fallisce. Nel frattempo ritrova la valigia smarrita, ed è conquistato da Carlotta, una fotografa di strada disinvolta e imprendibile in partenza per Parigi. Anche Piero è partito per Parigi, lasciando a Torino il grande amore, Ada, e il loro bambino nato da un mese. Nel gelo della città straniera, mosso da una febbrile ansia di progetti, di libertà, di rivoluzione, Piero si ammala. E Moraldo? Anche lui, inseguendo Carlotta, sta per raggiungere Parigi. L'amore, le aspirazioni, la tensione verso il futuro: tutto si leva in volo come le mongolfiere sopra la Senna. Che risposte deve aspettarsi? Sono Carlotta e Piero, le sue risposte? O tutto è solo un'illusione della giovinezza. 
Paolo Di Paolo, evocando un protagonista del nostro Novecento, scrive un romanzo appassionato e commosso sull'incanto, la fatica, il rischio di essere giovani. 


Se mi seguite da tempo sufficiente avrete ormai capito che non mi piace leggere le trame dei libri prima di acquistarli, quando sono tantissime le persone che hanno l'abitudine di documentarsi sulla trama prima di leggere un libro. E' una cosa che non faccio mai. Preferisco sempre stupirmi pagina dopo pagina, nel bene o nel male, senza avere la benché minima idea di quale sia la storia, chi siano i personaggi, quando sia ambientato il romanzo e così via.

Piero Gobetti (1901-1926)
Fatta questa premessa doverosa mi sento di dire che questo libro è stato un'esperienza piacevolissima. Sono convinta, però, che se avessi conosciuto la trama non lo avrei apprezzato così tanto.

Sulla pagina facebook del blog dicevo che all'inizio mi sono trovata un po' spaesata tra queste pagine. Forse spaesata non è nemmeno il termine esatto. La verità è che mi sembrava di conoscere uno dei personaggi, anzi, una delle coppie di personaggi presenti. 
Ada e Piero. 
Erano due nomi che accostati mi ricordavano qualcosa. La descrizione di Piero, la sua estrema giovinezza insieme alla fortissima consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda; il suo giornale, la casa editrice, le traduzioni; il fragile involucro che è il suo corpo e che difficilmente riesce a contenere e a mediare tutti i progetti, le speranze, le ambizioni travagliate dalla sua mente. Piero mi ricordava qualcuno. Ada e il loro amore stuzzicavano i sedimenti di anni di studio presenti nella mia testa.
Soltanto a pagina 157 ho scoperto che Paolo Di Paolo ha tratto ispirazione dalla vita di Piero Gobetti e sua moglie Ada. E allora ho capito.
Magicamente tutto tornava e lo stupore iniziale si è trasformato in eccitazione febbrile. Immagino quanto lavoro ci sia stato dietro questo libricino così esile. Paolo Di Paolo ha trasformato fatti realmente accaduti in un romanzo ben scritto e sognante anche se molto duro, a tratti. Il discorso indiretto libero, a mio avviso, aiuta il lettore a immergersi in una vaga aria di ricordo sognante, che ho apprezzato tantissimo.
Questo libro è strutturato in un modo davvero intelligente. Due storie proseguono parallele, una storia vera e una storia di pura finzione. Piero e Ada da un lato e Moraldo e Carlotta dall'altro. Si avvicendano pagina dopo pagina, le due storie e i due punti di vista si manifestano senza mai toccarsi. Nel finale del libro si sfiorano appena su una panchina fra qualche chiacchiera leggera, discorsi di poco peso sulle condizioni atmosferiche di una giornata di febbraio e un giornale a Parigi. Ma non si incontrano davvero. Il senso di perdita e il rimpianto che emergono dalle ultime pagine nei pensieri e nelle parole di Moraldo sono così potenti che leggendo ho percepito le sue medesime sensazioni. 

Un libro che consiglio a tutti, specialmente ai ragazzi. Se fossi un'insegnante lo consiglierei agli studenti di una quinta liceo per stuzzicare la curiosità nei confronti di un personaggio tanto enorme quanto sconosciuto, Piero Gobetti non viene mai approfondito nelle scuole, spesso è solo uno dei tanti nomi da ricordare, nomi separati sterilmente da virgole senza curiosità. Anzi, ho un'idea migliore, in questo universo parallelo in cui Marty è una professoressa di lettere, farei leggere il libro di Di Paolo ai ragazzi della quinta liceo prima di introdurre Montale, spiegando che se oggi lo conosciamo è merito di quel Piero che per primo, tra le tante altre cose,  ha capito il valore della sua poesia e che per primo ha avuto il coraggio di pubblicarlo. 

lunedì 7 luglio 2014

Le chiacchiere del Lunedì #9 - ANCONA ART SALON 2014



[...] Fu così che nacque l'Ancona Art Salon, giunto alla quarta edizione, da qualche anno affiancato a una mostra, presso lo spazio della Mole Vanvitelliana, L'Ancona Art Salon continua la tradizione di mettere in contatto artisti visivi e performativi. La missione è quella di creare un vibrante spazio creativo dove l'innovazione e la collaborazione possano crescere e espandersi


Il primo luglio sono stata invitata a partecipare al 4° Ancona Art Salon. Cristiano Marcelli, oltre a essere il presidente di "La luna dance Center", un'associazione non commerciale il cui fine è quello di promuovere e sviluppare attività di danza attraverso la formazione di ballerini, la produzione di spettacoli e eventi culturali, è uno dei miei colleghi scrittori.
Lo scorso 29 Marzo, infatti, al termine del laboratorio di scrittura tenuto dall'editore e talent scout Massimo Canalini, presso la casa editrice Cattedrale e La Libreria delle Muse di Ancona, siamo riusciti a produrre, sistemare e pubblicare "13 pezzi facili". Si tratta di una raccolta di tredici racconti ideati e sviluppati da nove scrittori emergenti. Nei mesi del laboratorio abbiamo letto molto, soprattutto Carver, Salinger, Hemingway e Williams, abbiamo scritto e abbiamo condiviso i nostri elaborati, li abbiamo sistemati, migliorati e infine l'editore li ha pubblicati.


COME STANNO LE COSE
di Massimo Canalini
I testi pubblicati nel presente volume debbono considerarsi, in certo qual modo e nella loro essenza, una prima selezione all'interno d'una più ampia messe di racconti, nonché l'esito finale d'un laboratorio di quaranta ore da me diretto nei mesi di febbraio e marzo 2014. In precedenza, di laboratori del genere ne avevo condotti in buon numero. A partire dal 2009, se non sbaglio, e avendo, in più riprese a che fare, nell'insieme, con forse un'ottantina di iscritti. Novanta forse.
Ora, cosa c'è, a mio modesto avviso, in questa raccolta di racconti brevi e brevissimi scritti da narratori non professionisti, che per davvero suona incoraggiante, intanto in quanto va sul serio piuttosto bene? Il fatto che questi racconti si somigliano. Nel tono, specialmente. E nella dimensione spesso volutamente sommessa, o se preferite minimalista e realistica, al cui appello buona parte di loro accetta, per così dire, di rispondere. E' proprio vero, secondo me questi racconti si somigliano entro una specie di compromesso stilistico che ha l'enorme merito di avvenire in una zona della scrittura sufficientemente nitida e consapevole da annunciare, per quanti li hanno posti su pagina, diversi (e molto interessanti), credo io, passi avanti a venire. Dunque, alla fine ci siamo. Dopo anni che grosso modo giravo a vuoto fra una miriade di narrazioni "iniziali" che obbedivano alle istanze più soggettivamente errabonde e diverse, ecco qualcosa che non cerca di divenire originale a qualunque costo, ma anzi. Dunque, la soluzione del problema, quanto a questo, era alla lettera dietro l'angolo, ma ancora dopo anni di tentativi non l'avevo scovata, e come una specie di cieco girovago m'aggiravo dispensando a quanti me lo chiedevano dei consigli più o meno utili e mortalmente sinceri per migliorare il proprio tasso tecnico e le tecniche per raccontare: ancora non avevo compreso che un laboratorio di scrittura narrativa doveva per prima cosa invitare i partecipanti a seguire un metodo condiviso - un metodo certo - e modelli uguali per tutti. E' talmente semplice, che solo un certo numero di secoli interessati romanticamente alle differenze e all'originalità purché sia, si frapponevano fra me e questa sorprendente scoperta. Quanti non comprendono quasi nulla di cos'è la scrittura - la maggior parte degli esseri umani, inevitabilmente, e persino una quantità di editor e scrittori anche più o meno orrendamente "di grido" - temono che secondando questo genere di imitazioni "unisex" e "valide per tutti", si corra il rischio d'una temibile omologazione. D'una clonazione, quasi. Che madornale errore di prospettiva, e che madornale errore tout-court. Invece, è esattamente vero il contrario. Così che, almeno all'inizio, dovrò essere proprio io insegnante, a dirti cosa scrivere, secondando quale tono prevalente, imitando i modelli che dico io e intorno ai quali, personalmente, a differenza di innumerevoli teorici improvvisati, ho lavorato in profondità tutti i giorni dell'anno per diversi decenni. Quanto al resto, ascoltate: è semplice. Le parole "mie-mie", e persino uno stile cosiddetto "mio-mio" e "personale veramente" arriveranno comunque, quando saremo pronti a riceverne in modo degno le istanze. Nel frattempo, leggete con adatta levità le brevi narrazioni che seguono, e comunque la pensiate sappiate che sono molto contento di questi primi (e provvisori, certo) risultati, (tanto mesmericamente) raggiunti. Senza una koinè condivisa, oggi, nel 2014, la ricerca d'uno stile personale non è nemmeno un errore, almeno all'inizio, ma una strana forma di voluto e radicale sviamento. Dunque, stiamo tutti quanti abbastanza calmi e manteniamo abbastanza la calma, grazie. Il metodo funziona, e se avrò tempo per provare a perfezionarlo, state certi che troverò il modo di mettervi al corrente dei risultati a venire. Comunque, se mi fate non-sapere come la pensate in proposito, io anticipatamente vi ringrazio. Grazie. Sì. Veramente.
 
Ansia pre-lettura pubblica
 
In questo libro sono presenti tre racconti scritti da me i quali titoli sono rispettivamente  Esauriti che non vogliono ammetterlo 1, 2 e 3; Ricognitore notturno di Roberto Bugari; Attraverso il passavivande e Se Dio è infinitamente buono di Cristiano Marcelli; Noi, e nessun altro credente di Marco Morbidoni; La solitudine che sai di conoscere di Emanuele Bizzarri; Il Lancillotto delle anatre e Cortisolo di Monica Ferraioli; Pietro di Elisa Cinti; Parlarne a Giovanna di Marina Miccoli e La porta di Marco Puma sono i racconti dei miei colleghi e amici scrittori.

Cristiano Marcelli, Monica Ferraioli, Martina Brunetti, Roberto Bugari, Paolo Peliaga




Durante l'Ancona Art Salon, in questo contenitore di qualsivoglia forma di arte, tra quadri, sculture, disegno dal vivo, cantanti lirici, ballerini, fisarmoniche e creatività, risuonavano le nostre letture. E anche se la timidezza ci frena e la vergogna mortale di leggere racconti scritti da noi e frutto della nostra più intima immaginazione ci fa tremare le mani, non riesco a descrivere la soddisfazione di condividere tutto questo con perfetti sconosciuti. Sconosciuti, sì, ma perfetti.

Questa più semplice cosa, personalmente non la cambierei per nulla al mondo.

domenica 6 luglio 2014

LIBRERIAMO - I 25 libri meno apprezzati dai booklovers secondo la rete



Da Twilight a On The Road. Nella lunga lista dei libri meno amati dai booklovers ci sono anche loro due. Ma Bookriot ha stilato un classifica di ben 25 libri che i lettori proprio non riescono ad apprezzare. Il vostro qual è?
MILANO – Anche se siete degli appassionati booklovers, sicuramente, anche voi avete qualche scheletro nell’armadio. Per esempio un libro che proprio non avete amato, che vi è piaciuto così poco che addirittura gli avete assegnato l’ultimo posto, il più buio, nella vostra libreria. Il sito Bookriot ha realizzato un sondaggio per coinvolgere i suoi lettori, chiedendo, “Quali sono i tre libri che odiate da sempre?”. Le risposte non si sono fatta attendere molto, ed ecco cosa è emerso: questi sono i 25 libri meno apprezzati dai booklovers. Ci sono anche i vostri? c'è qualcuno di questi che invece amate profondamente? Leggete e poi...dite la vostra!