domenica 11 gennaio 2015

OPEN - Andre Agassi

"Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi basilari del tennis sono quelli dell'esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell'altro come in una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi" {p.11}

Non sono più una sportiva e forse non lo sono mai stata davvero. In questi anni, poi, non ne parliamo. Da bambina però, a 5 o 6 anni, dopo un fallimentare anno di ginnastica ritmica ho iniziato a giocare a pallavolo nella squadra del mio paesino. Undici anni di allenamenti, partite, tornei e campionati. Le mie compagne di squadra erano diventate anche le mie migliori amiche e devo ammettere che la pallavolo mi ha fatto bene. Eppure quando ritorno indietro e penso a quel periodo dentro di me si manifestano sentimenti piuttosto contrastanti. Da una parte la gioia di fare sport con le persone a cui volevo bene, tanto bene, e la soddisfazione delle vittorie; d'altra parte, i sacrifici, le sconfitte, la stanchezza, la rabbia e la frustrazione. Leggere questo libro mi ha fatto ripensare a quei momenti ed è stata una bella lettura, davvero interessante, che mi ha colpita e mi ha presa in ostaggio durante un weekend di relax.

"La borsa da tennis assomiglia molto al tuo cuore: devi sapere in ogni momento cosa c'è dentro" {p. 17}

"Open" è la storia di Andre Agassi, la storia dell'inizio della sua carriera e del suo termine.
Uscito in Italia nel 2011 è ancora un best seller che, su TuttoLibri, nella classifica dei primi cento libri acquistati dai lettori italiani nel 2014 resta stabile al ventottesimo posto.
Volevo leggerlo da tanti anni e non avevo mai trovato un buon momento, o forse un buon motivo, per acquistarlo. Così ho deciso di farmelo regalare e il giorno della Befana Andre era finalmente tra le mie mani. Leggere biografie, autobiografie, diari ed epistolari mi piace moltissimo, però, quando inizio letture di questo genere sono sempre un po' intimorita. Entrare nella vita delle persone non è cosa da poco. Dunque, dopo un attimo di esitazione, che effettivamente è stato solo un attimo, ho iniziato "Open" e non sono riuscita a smettere fino all'ultima pagina.

"I giorni di Rudy e dei Big Mac passarono in un lampo. Improvvisamente mio padre ebbe il suo campo da tennis dietro casa, il che voleva dire che io avevo la mia prigione. Avevo contribuito a nutrire la banda dei galeotti che stava costruendo la mia cella. Avevo aiutato a misurare e dipingere le linee bianche in cui sarei stato confinato. Perché? Non avevo scelta. E' la ragione di tutto ciò che faccio. Nessuno mi ha mai domandato se volessi giocare a tennis e men che mai farne la mia vita. In effetti mia madre pensava che sarei diventato un predicatore. Però dice che papà aveva deciso molto prima che nascessi che sarei stato un tennista di professione. Quando avevo un anno, aggiunge, gli ho dimostrato che aveva ragione. Seguendo una partita a ping-pong, muovevo soltanto gli occhi, non la testa. Papà aveva chiamato la mamma. Guarda, le aveva detto. Vedi come muove soltanto gli occhi? Un talento naturale. Lei racconta che quando ero ancora nella culla mio padre aveva appeso sopra la mia testa alcune palle da tennis incoraggiandomi a colpirle con una racchetta da ping-pong che mi aveva fissato al polso con del nastro adesivo. A tre anni mi diede una racchetta col manico segato dicendomi che potevo usarla per lanciare tutto ciò che volevo. Mi specializzai in saliere. Mi piaceva servirle attraverso le finestre chiuse. Realizzai un ace contro il cane. Papà non si arrabbiava mai. S'infuriava per un sacco di cose, ma mai per un gran colpo menato con la racchetta." {p. 43}

La storia di Andre tennista inizia da piccolissimo, così come accade per molti sportivi famosi e non. A questo punto potrebbe aprirsi una parentesi abissale sul rapporto triangolare genitori-figli-sport. L'enorme successo di Andre, oltre ad una predisposizione forse genetica ma comunque innata, è dovuto al padre, ex sportivo olimpionico. Però a che prezzo? La prima parte del libro è davvero straziante. Viene raccontato il rancore, la difficoltà, l'infanzia non vissuta di un bambino costretto a trascorrere giornate intere di fronte a un drago e a colpire 2500 palle al giorno. E poi la frustrazione di non sentirsi mai all'altezza, di non fare mai abbastanza e il peso di doversi sempre scontrare con tutti, in solitudine e dover vincere. Mentre leggevo mi sono ricordata che, nel nostro piccolo, scene di questo genere accadono anche nelle squadre dei paesini di provincia. Tra le mie compagne di squadra c'erano tante ragazze "costrette" a giocare perché magari i genitori, a causa di infortuni, gravidanze e impegni vari, tempo prima avevano dovuto rinunciare al loro sogno di gloria nella pallavolo. Però a me sembra evidente che costringere i propri figli a realizzare i nostri sogni falliti non può portare a nulla di buono. E quanta frustrazione negli occhi di quelle bambine totalmente disinteressate allo sport ma costrette a indossare divisa e ginocchiere e giocare senza alcuno scopo, senza alcuna passione. Questo succede anche ad Andre-bambino, ma con il passare degli anni le cose non migliorano, anzi, le sfide sono sempre più imponenti e le aspettative sempre più alte.

"A volte l'allenamento con Gil è in realtà una conversazione. Non tocchiamo nemmeno un peso. Sediamo sulle panche e parliamo a ruota libera. Ci sono molti modi per diventare forti, dice Gil, e talvolta parlare è il migliore" {p. 183}

Nonostante tutto Andre prosegue la sua carriera. Si descrive come un tennista diverso dagli altri: l'abbigliamento, i tagli di capelli, gli orecchini fanno spesso parlare i giornalisti così come fanno scalpore, allo stesso modo, vittorie e sconfitte. Quello che permane, però, durante le quasi 500 pagine di cui è composto il libro è l'odio-amore nei confronti di questo sport:

"Gli dico timidamente che non m'interesso di sport, che non mi piace.
Che vuoi dire?
Voglio dire che non mi piacciono gli sport.
Ride. Cioè, a parte il tennis?
Odio soprattutto il tennis.
Vabbè, vabbè. Immagino che sia una faticaccia, ma non puoi odiare davvero il tennis.
E invece sì." {p. 217}

Il talento vince. Ma non solo questo. Cosa potrebbe fare un ragazzo che nella vita ha fatto solo tennis e non ha mai fatto altro. Inoltre, con il tennis si fanno anche dei bei soldi, c'è da dire anche questo, così persevera. Si allena più duramente, vince e perde e nel frattempo c'è anche la vita vera. Gli amori biennali e le amicizie di una vita e anche Nelson Mandela. Scene di vita quotidiana e lunghe descrizioni di partite, dettagliate sì, ma non noiose.

"Cambiare.
E' ora di cambiare, Andre. Non puoi andare avanti così. Cambiare, cambiare, cambiare - me lo ripeto diverse volte al giorno, ogni giorno, mentre imburro il mio toast mattutino, mentre mi lavo i denti; non è tanto un monito quanto una cantilena tranquillizzante. Lungi dal deprimermi o dal farmi provare vergogna, l'idea di dover cambiare radicalmente, da capo a piedi, mi ridà equilibrio. Una volta tanto non avverto quel dubbio assillante che segue ogni mia risoluzione. Questa volta non fallirò, non posso, perché o cambio adesso o mai più. L'idea di fossilizzarmi, di rimanere questo Andre per il resto della mia vita, ecco ciò che trovo davvero deprimenti e che mi fa vergognare. Eppure. Le nostre migliori intenzioni sono spesso frustrate da forze esterne - forze che noi stessi abbiamo messo in moto tempo prima. Le decisioni, soprattutto quelle sbagliate. generano una loro inerzia e fermare l'inerzia può essere un bel casino, anche se siamo dispiaciuti e facciamo ammenda dei nostri errori, l'inezia del passato continua a trascinarci per la strada sbagliata. L'inerzia governa il mondo. L'inerzia dice: Calma, non così in fretta,sono ancora io che comando qui. Come ama dire un mio amico, citando un vecchio poema greco: La mente degli dèi eterni non ambia all'improvviso" {p. 326}

Ciò che rende grande Agassi, secondo me, non è tanto l'incredibile carriera che lo ha visto protagonista quanto più la forza d'animo che ha dimostrato nel corso della sua vita. Io credo davvero che i soldi non facciano la felicità, Andre è stato un grande sportivo che però, ahimè, non ha mai amato fare ciò che faceva. O almeno, l'odio che provava verso il tennis è sempre stato maggiore dell'amore e della soddisfazione. Nonostante tutto è riuscito a dare un senso alle sue azioni. E' riuscito a migliorarsi e ad andare avanti e, soprattutto, è riuscito a fare del bene attraverso lo sport. Un ragazzo che non credeva nell'istruzione si è trasformato in un uomo che ci crede così tanto da fondare una scuola pubblica modernissima e efficientissima per ragazzi dai tre ai diciotto anni che non possono permettersi di studiare e per la quale, ancora oggi, raccoglie fondi. Vi assicuro che le ultime pagine del libro sono un concentrato formidabile di buoni sentimenti che, giuro, mi hanno spezzato il cuore a più riprese.

Andre Agassi ci ha fatto dono della sua storia, ma senza J.R. Moehringer, premio Pulitzer nel 2000, sono convinta che il risultato non sarebbe stato il medesimo. Dunque, amici sportivi e amanti dello sport, se volete leggere un libro a caso lasciate perdere Io, Ibra e compagnia bella, approfittate di questo connubio tra sport e bella scrittura e leggete "Open". Non ve ne pentirete!
Per tutti gli altri: Leggete Agassi, anche se non vi piace il tennis, anche se non vi piace lo sport, in fondo non è mai piaciuto nemmeno a lui!

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