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Stoner - John Williams


Buon sabato a tutti,
ho aspettato tantissimo prima di scrivere questa recensione, lo ammetto. Chi mi ha aggiunto su aNobii si sarà accorto sicuramente che la data di inizio e quella di fine lettura, per quanto riguarda questo libro, corrispondono al 19 maggio.
Un pomeriggio meraviglioso, il 19 maggio. Da quest'anno in poi decreto il 19 maggio "Giornata di Stoner" su questo blog!

Ho adorato questo libro e ci ho riflettuto sopra per diversi giorni, ecco perché avete dovuto aspettare così tanto per la recensione. Quindi non perdiamo altro tempo e parliamo di Stoner!


William Stoner ha una vita che sembra essere assai piatta e desolata. Non si allontana mai per più di centocinquanta chilometri da Booneville, il piccolo paese rurale in cui è nato; mantiene lo stesso lavoro per tutta la vita; per quasi quarant'anni è infelicemente sposato alla stessa donna; ha sporadici contatti con l'amata figlia e per i suoi genitori è un estraneo; per sua ammissione ha soltanto due amici, uno dei quali morto in gioventù. Non sembra materia troppo promettente per un romanzo e tuttavia, in qualche modo, quasi miracoloso, John Williams fa della vita di William Stoner una storia appassionante, profonda e straziante. Come riesce l'autore in questo miracolo letterario? A oggi ho letto Stoner tre volte e non sono del tutto certo di averne colto il segreto, ma alcuni aspetti del libro mi sono apparsi chiari. E la verità è che si possono scrivere dei pessimi romanzi su delle vite emozionanti e che la vita più silenziosa, se esaminata con affetto, compassione e grande cura, può fruttare una straordinaria messe letteraria. E' il caso che abbiamo davanti. La prima volta che l'ho letto sono rimasto sbalordito dalla qualità della scrittura, dalla sua pacatezza e sensibilità, dalla sua implacabile chiarezza abbinata a un tocco quanto mai delicato. Dio si nasconde nei dettagli e in questo libro i dettagli ci sono tutti: la narrazione volteggia sopra la vita di Stoner e cattura ogni volta i momenti di una realtà complessa con limpida durezza [...], e attraversa con leggera grazia il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda.

Questa è parte della postfazione scritta dal celebre Peter Cameron.  Credo che sia stata riportata nel risvolto di copertina perché probabilmente non esiste un altro modo per descrivere questo romanzo.
C'è un'idea nella postfazione che mi ha colpito molto e che condivido davvero: i romanzi non sono tutti uguali. E voi direte "Certo! Dipende chi l'ha scritti, come, dove e perché...". Questo è chiaro. Secondo me i romanzi si dividono in due categorie ben distinte che difficilmente coincidono: una categoria contiene tutti i romanzi con una trama forte: sono quei romanzi che ci colpiscono non tanto per la scrittura quanto più per il contenuto e, allora, ricordiamo i protagonisti, la storia, ci immaginiamo le vicende quasi come fossero spezzoni di un film e, addirittura, a volte da questi libri vengono tratti dei film per davvero. Un'altra categoria, che è opposta alla prima, è quella che raccoglie i libri con una trama debole, ma scritti divinamente. Stoner, Il giovane Holden e tutto Carver fanno parte di questa categoria. Pensare di fare un film con queste storie è impossibile, ma sono veri capolavori da leggere. Se poi ci impegniamo a leggerli ad alta voce raggiungiamo un livello di sublime estasi letteraria.
Stoner è così. Stoner è un romanzo bellissimo perché è scritto benissimo e non importa se la storia non è avvincente, non importa se non ci sono rocambolesche peripezie, Stoner è un romanzo perfetto perché non cambieresti niente.

Siete curiosi di conoscerne la storia? Vi basta entrare in libreria e leggere la prima pagina:
William Stoner si iscrisse all'Università del Missouri nel 1910, all'età di diciannove anni. Otto anni dopo, al culmine della prima guerra mondiale, gli fu conferito il dottorato di ricerca e ottenne un incarico presso la stessa università, dove restò a insegnare fino alla sua morte, nel 1956. Non superò mai il grado di ricercatore, e pochi studenti, dopo aver frequentato i suoi corsi, serbarono di lui un ricordo nitido. Quando morì, i colleghi donarono alla biblioteca dell'università un manoscritto medievale, in segno di ricordo. Il manoscritto si trova ancora oggi nella sezione dei "Libri rari", con la dedica: "Donato alla Biblioteca dell'Università del Missouri in memoria di William Stoner, dipartimento di Inglese. I suoi colleghi". Può capitare che qualche studente, imbattendosi nel suo nome, si chieda indolente chi fosse, ma di rado la curiosità si spinge oltre la semplice domanda occasionale. I colleghi di Stoner, che da vivo non l'avevano mai stimato gran che, oggi ne parlano raramente; per i più vecchi il suo nome è un monito della fine che li attende tutti, per i più giovani è soltanto un suono, che non evoca alcun passato o identità particolari cui associare loro stessi o le loro carriere.
Questo è tutto. Manca la descrizione della terribile moglie Edith o del deforme professor Lomax. Manca la storia d'amore clandestina con Katherine Driscoll. Manca l'affetto nei confronti della figlia Grace e manca la diatriba tra l'onestà di Stoner e la disonesta pigrizia intellettuale del giovane Charles Walker. Ma sono solo dettagli perché Stoner è comunque uno dei romanzi più affascinanti che ho letto.
E' evidente che un po' di trama c'è, altrimenti non ci sarebbe il romanzo, ma non è la parte fondamentale, non è quello che salta all'occhio, è solo un velo offuscato o un esile esoscheletro che contiene una scrittura semplice e insieme formidabile. Ian McEwan ha detto che Stoner è "una scoperta meravigliosa per tutti gli amanti della letteratura" e non posso non essere completamente d'accordo.

Sono innamorata di Stoner e mi si è spezzato il cuore nelle ultime pagine, ancora riecheggia nella mia mente l'eco del monito "cosa ti aspettavi?", ripetuto più volte alla fine. Ho fatto il tifo per lui e l'ho incitato a non mollare durante la battaglia contro Lomax e Walker. Sono stata male per Stoner quando ha perso uno dei suoi due migliori amici. Avrei voluto picchiare Edith ogni volta che lo sminuiva o lo ostacolava. Avrei voluto dire a Grace di farsi avanti e di stare vicina a suo padre. Mi sono emozionata e ho stabilito un rapporto empatico con il protagonista di questo romanzo (la mia carrellata di tweet ne è testimone).
L'unica pecca è che 322 pagine sono davvero troppo poche. Speravo non finisse mai.

Un capolavoro. "Cosa ti aspettavi?"