giovedì 26 giugno 2014

Il mare non bagna Napoli - Anna Maria Ortese

"Il mare non bagna Napoli" edito Gli Adelphi, 10€, 176 pagine, codice ISBN 9788845922855

Il mare non bagna Napoli è una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana... Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono  e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov". PIETRO CITATI

Il mare non bagna Napoli è davvero un Giano Bifronte.
E' un libro duplice nell'influenza che ha avuto nella vita dell'autrice, infatti, dopo aver riscosso un grande successo nella critica, nel 1953 si aggiudicato un premio speciale per la narrativa nell'edizione del Premio Viareggio di quell'anno; allo stesso tempo, però, ha toccato dei nervi scoperti che hanno avuto un'enorme influenza nella vita dell'autrice, prima costretta ad una non troppo velata emarginazione e successivamente costretta ad abbandonare la città che tanto amava.
Un libro sdoppiato e ambivalente anche nel contenuto: Il mare non bagna Napoli è suddiviso in cinque capitoli aventi come oggetto le squallide condizioni della Napoli del dopoguerra. I primi due capitoli consistono in due racconti e i restanti tre, invece, segnano una svolta nella narrazione. La Ortese, infatti, decide di affiancare due racconti a tre inchieste che denunciano lo squallore, la dispersione e il senso di rovina della città. Quello che risulta è una prima parte che è tutta un'allegoria prettamente letteraria dove è l'immaginazione della scrittrice mediata dalla sua esperienza a narrare le due storie; la seconda parte, invece, è dettata dallo sguardo oggettivo di una donna che attraversa Napoli e che vi si immerge riportando pedissequamente ogni scorcio e ogni sensazione evocata.

Un libro, che con un'esagerazione potremmo definire bipolare, capace di suscitare duplici sentimenti anche nel lettore che si presta alla lettura. O almeno è quello che è successo a me: essendo molto breve sono riuscita a leggerlo in un pomeriggio ma mentre la prima parte mi ha colpita, catturata e intrattenuta tantissimo, la seconda parte ha abbassato leggermente il mio livello di attenzione. A mio avviso i due racconti iniziali sono meravigliosi, il resto del libro mi ha delusa leggermente e a tratti è riuscito anche ad annoiarmi un poco, non perchè sia scritto male o perchè non vi sono argomenti interessanti, piuttosto perchè le mie aspettative erano altre.

Un paio di occhiali è il racconto di apertura e sicuramente il mio preferito. La protagonista è Eugenia, una bambina che ha già sperimentato la miseria, il degrado e lo squallore dei quartieri più poveri di Napoli. Vive con la sua famiglia e ha sempre vissuto una vita offuscata. Il racconto si apre con la visita oculistica alla quale Eugenia viene sottoposta. L'oculista è preoccupato perché la bambina è quasi cieca: le mancano nove diottrie da un occhio e dieci dall'altro. La zia ha qualche soldo da parte e decide di spendere "Ottomila lire, vive, vive!" e acquistare gli occhiali alla nipote. Nell'attesa che gli occhiali siano pronti, per giorni interi, la zia di Eugenia non fa altro che rinfacciarle di aver speso quelle "Ottomila lire, vive, vive!". Ma Eugenia non la ascolta nemmeno: durante la prova delle lenti ha visto il mondo in un modo nitido e totalmente inedito per lei ed è emozionata e non vede l'ora di esplorare tutto ciò che la circonda e tutto il non-visto fino a quel momento.
"Iddio ti ha voluta preservare, figlia mia!" disse andando a prendere il pacchetto col vestito e mettendoglielo tra le mani. "Non sei bella, tutt'altro, e sembri già una vecchia. Iddio ti ha voluto prediligere, perché così non avrai occasione di male. Ti vuole santa, come le tue sorelle!" senza che queste parole la ferissero veramente, perché da tempo era già come inconsciamente preparata ad una vita priva di gioia. Eugenia ne provò lo stesso un turbamento. E le parve sia pure un attimo, che il sole non brillasse più come prima, e anche il pensiero degli occhiali cessò di rallegrarla. Guardava vagamente coi suoi occhi spenti, un punto del mare, dove si stendeva come una lucertola, di un colore verde smorto, la terra di Posillipo.
In quel momento torna la mamma, che era stata in città per recuperare gli occhiali. Eugenia ritorna ad essere felice ed è impaziente di scoprire il mondo e vederlo per davvero. Quando la madre le porge la confezione degli occhiali, le persone del quartiere le si avvicinano pronte ad ammirare quella "specie di insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve" che stava scintillando sotto il bagliore del sole. Eugenia non riesce a resistere, afferra gli occhiali, li infila e inizia a guardarsi intorno. Finalmente riesce a vedere i suoi genitori, i suoi vicini di casa, il quartiere dove ha vissuto per tutta la vita, la sua casa, le strade e vede per la prima volta in maniera davvero nitida la povertà, lo squallore, la miseria, la deformità, la bruttezza e lo schifo e il disgusto diventano così opprimenti che scossa e disorientata rimette in mezzo alla strada. "Ottomila lire, vive, vive!" e questa è la reazione? Occhio non vede, cuore non duole...è proprio il caso di dirlo.
Questo racconto è fortissimo e disincantato. Lo squallore è onnipresente e la miseria e la bruttezza e la cattiveria regnano sovrani e costringono i personaggi che lo popolano a piegarsi e a cercare una via di salvezza. Si rivolgono costantemente a Dio e lo pregano, sperano costantemente che Dio si decida ad attirarli verso di sé nel regno dei cieli dove le sofferenze si arrestano e dove si può fare esperienza della pace che non si è trovata in terra. Solo Dio può porre fine alle sofferenze degli uomini, incapaci di salvarsi da soli.
"[...] andò a prendere una scopa e spinse via una foglia di cavolo dalla soglia -mi domando che cosa fa Dio-"
"Dio sopra la piaga mette il sale" 
Da questo racconto è stato tratto un film nel 2001, presentato alla Biennale di Venezia dello stesso anno, e sarei curiosa di vederlo e di scoprire se il regista è riuscito a rendere giustizia ad un racconto così ben fatto, così ben scritto e costruito. Lo stile della Ortese è uno stile asciutto, descrittivo e senza fronzoli, anche nei racconti riesce a scrivere con una prosa quasi giornalistica. La sua scrittura, però, ha anche qualcosa in più. Una penna consapevole che sembra parlarci da molto lontano. Poi il libro prosegue con il secondo racconto, bellissimo, toccante e devastante.

Molti lettori si chiedono se questo libro sia il frutto del disprezzo nei confronti di Napoli o se piuttosto si tratti di un atto d'amore. Effettivamente, al termine della lettura mi sono posta la medesima domanda. Questo libro è un libro doppio anche perché è ambientato in una città che combatte costantemente contro se stessa. La culla della cultura ricca di architettura maestosa e menti brillanti che si spegne e si avvilisce e che risulta livida e malandata e che ci viene descritta minuziosamente negli odori, nelle sensazioni e in tutto il possibile immaginabile.

Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno. Qui, i barometri non segnano più nessun grado, le bussole impazziscono. Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun'altra cosa.
La disillusione, la rassegnazione, lo sgomento e il tormento vi accompagneranno pagina dopo pagina. Napoli è passata al setaccio e vista sotto una lente di ingrandimento. E nonostante tutto, nonostante "[...] questa non è una casa, signora, vedete, questo è un luogo di afflitti. Dove passate, i muri si lamentano", nonostante sembri che non ci sia soluzione al degrado e che ogni speranza sia perduta, vi assicuro che non riuscirete a provare repulsione. La scrittura della Ortese è un filtro potentissimo, è l'edulcorante che attenua il ribrezzo e la nausea di quelle descrizioni. Non sono mai stata a Napoli, dunque non posso sapere se la situazione dal dopoguerra a oggi sia cambiata o sia rimasta la stessa. Però credo che l'enorme successo di questo libro sia dato dall'abilità di rappresentazione e dalla potenza narrativa della Ortese; credo anche che gli intellettuali napoletani che hanno avuto la possibilità di leggere la prima edizione di questo libro si siano risentiti perché la prosa della Ortese è cruda e senza pietà.

"Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale."