lunedì 24 febbraio 2014

Le chiacchiere del Lunedì #6: Un San Valentino Letterato



Buon Lunedì a tutti noi lettori,
con dieci ottimi giorni di ritardo ho finalmente trovato un momento per scrivere questo piccolo resoconto di un San Valentino davvero piacevole e coinvolgente.
Non ho mai considerato questa festa una ricorrenza da festeggiare sistematicamente, ma quest'anno ho avuto la possibilità di rendere speciale e memorabile la serata del 14 Febbraio.

Ho partecipato all'ormai consueto appuntamento al Teatro delle Muse di Ancona e ho avuto la fortuna di poter assistere a ben due eventi, uno consecutivo all'altro. Per questo motivo ho deciso di dividere questo post in due parti cronologicamente distinte.







Da sinistra a destra: Adelelmo Ruggieri,
Angelo Ferracuti e Valentina Conti
PARTE PRIMA

Alle 18:00 il primo incontro:
  "Viaggi da Fermo": incontro con i due scrittori fermani Adelelmo Ruggieri e Angelo Ferracuti. Un incontro che vedeva come protagonisti due scrittori nati a Fermo che, rispettivamente, hanno collaborato, nel passato o nel presente, con le più importanti case editrici anconetane.

L'editrice Valentina Conti della casa editrice Affinità Elettive ha presentato i due scrittori introducendo un breve biografia di entrambi e parlando anche della loro storia editoriale.


Adelelmo Ruggieri, classe 1954, vive e lavora a Fermo e ha pubblicato diverse raccolte di poesie (La città lontana nel 2003, Vieni presto domani nel 2006 e Semprevivi nel 2009) con la casa editrice PeQuod. Il libro presentato la sera di San Valentino si discosta totalmente dalla produzione precedente. Si tratta infatti di un libro scritto in prosa, non più in poesia. Prosa che testimonia una capacità totale di un poeta che, cimentandosi nella prosa, riesce a regalare pagine importanti, Valentina Conti prosegue la sua riflessione dicendo che spesso la prosa e la poesia sono considerati generi impermeabili tra loro, ma ci sbagliamo a pensare che sia così. E' una scommessa che dobbiamo fare, prosegue, perché quando un poeta produce prosa conferisce ad essa una grazia tutta particolare che viene percepita e che è molto positiva per la narrativa.


Subito o domani. Non è la stessa cosaraccoglie le prose conclusive di un Giro d’Italia in sei anni, una sorta di baedeker in diretta: un anno di molte salite, piccole e miti geografie, sogni e analisi, non pochi dipinti, ben poche discese, approdi provvisori e fraterni, e un lungo tratto in rettilineo – l’Adriatica e un punto fermo d’arrivo
(se volete visitare o acquistare il libro vi consiglio di cliccare qui!)




Angelo Ferracuti, scrittore e reporter affermato inizia la sua carriera con una raccolta di racconti intitolata "Norvegia", pubblicata dalla casa editrice anconetana Transeuropa nel 1993. Ha pubblicato con la casa editrice Guanda i romanzi "Nafta" (2000), "Attenti al cane" (1999) e con Rizzoli "Un poco di buono" nel (2002).Nel 2006 si è aggiudicato il Premio Sandro Onofri, grazie ai suoi reportage narrativi "Le risorse umane" pubblicate da Feltrinelli. Con Einaudi, infine, ha pubblicato "Il costo della vita" nel 2013 con il quale ha ottenuto il Premio Lo Straniero. Oggi scrive per Il Manifesto, per L'Indice, per la rivista Letteraria e per la casa editrice EDIESSE dirige la collana "Carta bianca". Ha iniziato la sua carriera con la prosa, afferma Valentina Conti, ma oggi l'interesse precipuo di questo autore è per il sociale. Affronta temi importanti e travagliati come quello del lavoro in Italia e il suo obiettivo è dare voce al popolo.


In questo libro Angelo Ferracuti raccoglie i reportage scritti sul campo negli ultimi anni, spostandosi sui treni, in corriera o addirittura a piedi, in un non comune impegno per il racconto dal vero.Ne I tempi che corrono l’autore racconta il mondo del lavoro con la voce dei protagonisti, quasi sempre lavoratori vittime della sopraffazione e del profitto, di cui aveva già dato prova nei suoi precedenti libri. E descrive i ritratti di alcuni intellettuali di oggi e di ieri come Fenoglio, Pasolini, Brecht, Luigi Di Ruscio, il musicista Charlie Haden o il fotografo Mario Dondero di cui è testimonianza la foto di copertina.
(se volete visitare o acquistare il libro vi consiglio di cliccare qui)

Il topos del viaggio è ciò che unisce questi due libri ed è stata una presentazione davvero originale. Per primo Angelo Ferracuti ha parlato del libro di Adelelmo Ruggieri disarticolando brevemente la trama e concentrandosi soprattutto sulla scrittura. Al contrario dei romanzi che traggono forza soprattutto da ciò che viene raccontato, dice l'autore, il libro di Adelelmo trae la sua forza dalla scrittura. Ferracuti descrive la scrittura del suo vicino di poltrona come una scrittura che deraglia, una scrittura libera che non ha vincoli. Più che "scrittura" è un'esperienza che depista sempre verso altri luoghi, a volte anche in maniera non volontaria. Forse, ho immaginato, il fatto che si trattasse di un poeta è stato la causa di questa forza. La condizione felice di chi guarda il mondo semplicemente partendo. Poi prende la parola Adelelmo Ruggieri parlando del libro di Ferracuti e descrivendolo come un'osservazione militante di tante realtà della storia. Interessante la riflessione sul collegamento tra i due libri che, oltre ad avere il topos del viaggio come espediente narrativo comune, si incontrano entrambi in un episodio preciso. Una mattina alle 5, all'alba. Un episodio in cui la parola spazi ricorre incessantemente in entrambi i racconti.



PARTE SECONDA:

Alle 20:00 il secondo incontro:
Mini-tour di presentazione del libro "Cristalli retroilluminati".

Dopo l'aperitivo organizzato nel foyer del Teatro delle Muse, è iniziata la presentazione di "Cristalli retroilluminati", una raccolta di racconti pubblicata dalla casa editrice Cattedrale di Massimo Canalini.

La serata è trascorsa piacevolmente tra musica e letteratura. Infatti, la lettura dei racconti contenuti in questa marchigiana raccolta a tema musicale era intervallata da gruppi musicali che suonavano e cantavano le loro canzoni.

Non c'è molto altro da aggiungere, sono racconti e il tema è la musica. Gli scrittori sono musicisti che si cimentano in un ulteriore campo di quel macromondo che è l'arte.
(Se siete curiosi volete acquistarne una copia questo è il numero al quale potete rivolgervi: 3206393043)
Intrattenimento allo stato puro e la serata ha raggiunto un livello di partecipazione mai raggiunto prima. Io ne sono testimone. Interessante anche il fatto che l'età media dei partecipanti si è abbassata notevolmente. Si è creata una piccola comunità di curiosi e sono felice di avervi preso parte.









martedì 18 febbraio 2014

L'uomo che cade - Don DeLillo


Il libro di cui tratterò oggi è una lettura recente, ma burrascosa. Non è stata una lettura sofferta, ho terminato questo romanzo in due pomeriggi, però è stata problematica.
E sì il contesto è complicato, e sì il momento storico è impegnativo e agitato, ma non sono queste le motivazioni che hanno reso questo libro un romanzo caotico, no. C'è qualcosa che non mi riesco ancora a spiegare. Ho riflettuto numerosi giorni, ormai, sul perché questo libro mi abbia lasciato questo sentimento di sospensione; questa sorta di aurea inconcludente.
Eppure sono qui a scriverne, senza riuscire a darmi una risposta certa. Ho anche chiesto consiglio ai miei iscritti sulla pagina facebook, ma non siamo riusciti a venire a capo di questa situazione.

Don DeLillo è un autore americano molto famoso, di cui tutti parlano e di cui quasi tutti hanno letto almeno uno dei suoi romanzi (Cosmopolis, Underworld, Rumore bianco ecc..). Mi sono incuriosita e mi è venuta voglia di leggere qualcosa di suo. Sfogliando l'ormai celebre 1001 libri da leggere prima di morire ho notato che DeLillo era citato e che il libro consigliato era "L'uomo che cade". Nella foto potete vedere la pagina dedicata e la copertina originale, se vi interessa, qui sotto ho riportato in verde il testo, poco visibile a causa della luce del flash:

Il titolo de L'uomo che cade si riferisce alla fotografia dell'uomo in giacca che precipita da una delle torri del World Trade Center di New York l'undici Settembre del 2001 - un'immagine fra quelle che divennero emblematiche del tragico attentato. Questa fotografia compare solo di riflesso nel libro; "l'uomo che cade" al centro del racconto di DeLillo è in realtà un acrobata-performer immaginario che si appende a diversi palazzi in tutta New York, all'estremità di una fune, imitando la posa dell'uomo della foto: una gamba diritta, l'altra piegata, le braccia lungo i fianchi, fissato mentre precipita verso la morte. il romanzo racconta due storie che si intrecciano intorno a quella figura. La vicenda principale è quella di una famiglia di New York che torna lentamente alla normalità nei giorni che seguono il tragico evento. Il racconto dei postumi del trauma si alternano a brevi resoconti sulla preparazione dell'attentato, dal punto di vista dei terroristi. Le due storie si fondono alla fine del romanzo, nel momento del catastrofico impatto fra aerei e grattacieli, prima e dopo, Oriente e Occidente. L'immagine dell'uomo che precipita funge da collante fra le opposizioni del tessuto narrativo. La sua caduta senza fine parrebbe voler suggerire che quel momento drammatico, in qualche modo, non è ancora finito: un'idea che del resto hanno in molti, anche per l'impegno di non dimenticare. Ma se la metafora dell'uomo appeso rievoca l'orrore di quel giorno fatale della nostra storia recente, il romanzo riesce a trovare in quella terribile posa una certa bellezza: quel gesto interrotto ha una poesia visiva che sembra fornirci l'indicazione di una nuova possibilità di compensazione fra il passato e il futuro, fra "noi" e "loro". [Tratto da pagina 948 di "1001 libri da leggere prima di morire"].



Mi sono basata unicamente su queste motivazioni e ho acquistato il libro, che è rimasto nella mia libreria a prendere polvere per qualche settimana. Poi mia madre lo ha letto, lo ha terminato e mi ha detto "Marty, quando lo leggi dimmelo, per me non è molto chiaro". Ovviamente le sue parole mi hanno incuriosito ancora di più e ho deciso di inserire il libro nel Project 10 books. Ma non l'ho letto subito, per un certo periodo mi sono dedicata ad altro. 

Quando finalmente è arrivato il momento di leggerlo ho avuto una sensazione strana già dalle prime pagine. Sarà che l'attentato alle torri gemelle è stampato indelebilmente nella mia memoria, anche se ero piuttosto piccola quando è avvenuto. Sarà che quando sento dire torri gemelle, ogni volta, di fronte ai miei occhi si palesano le immagini di quelle povere persone condannate a morte, che sventolano fazzoletti bianchi dalle finestre. Sarà che quando si pensa a quell'undici Settembre l'immagine di quell'uomo che, disperato, si lancia nel vuoto, con le braccia lungo i fianchi, a testa in giù, quella camicia bianca, dannazione.
Per questo sapevo che sarebbe stata una lettura difficile, anche se si trattava di un romanzo, i riferimenti erano tanti, forse troppi.

E' un libro complicato. Un romanzo caotico, sregolato, confuso. La struttura, apparentemente, presenta una logica, infatti, il libro è diviso in tre parti. In queste tre parti abbiamo circa tre o quattro capitoli che trattano la storia di Keith, uno dei pochi sopravvissuti all'impatto, e della sua famiglia che nel caos generale riesce a ricompattarsi e unirsi. In questi capitoli, infatti, il matrimonio di Keith, precedentemente ridotto in frantumi, si restaura. Keith riscopre cosa significa essere padre e marito. Sua moglie, impegnata in un corso di scrittura per anziani malati di Alzheimer, conferisce nuova stima all'uomo che ha sempre amato, ma che l'ha così tanto delusa. Per questa famiglia, il tragico evento è la molla che fa scattare la voglia di tornare tutti insieme, di essere tutti uniti. Nelle tre parti in cui è suddiviso il romanzo, il capitolo finale è sempre dedicato al momento precedente all'attentato e i protagonisti sono coloro i quali stanno pianificando quelle atrocità impensabili e inconcepibili. L'ultima parte è davvero sconvolgente. Il romanzo vale molto soprattutto per l'ultimo capitolo dove, in modo comunque confuso e disordinato, DeLillo ricongiunge tutti i fili della trama. L'ultimo capitolo è il punto nevralgico, è il momento dell'impatto degli aerei sulle torri, è la realizzazione dell'attentato, dove i diversi percorsi cronologici si uniscono.


Questo libro è il caos. Ci ho ragionato tanto e la mia conclusione è che DeLillo ha voluto scrivere un romanzo tanto caotico per rappresentare il caos e la devastazione seguita al crollo delle torri.

I paragrafi presenti nei capitoli che trattano la storia post-crollo si susseguono caoticamente. Tutta la narrazione è disordinata, confusa, ingarbugliata, intricata e sregolata.
Nei capitoli pre-crollo la narrazione è leggermente più limpida e misurata, c'è una sorta di pace frenetica, quasi a preannunciare un qualcosa di abominevole.
L'ultimo capitolo è perfetto. Terribile, ma perfetto. Inaspettato, ma è una conclusione degna di questo nome.

Se questa recensione è poco chiara va bene, rispecchia adeguatamente la sensazione che questo libro vi lascerà, se mai deciderete di leggerlo.

Se lo avete letto, scrivetemi un commento con la vostra opinione.
Aiutatemi a far luce su questo romanzo!

-999

lunedì 17 febbraio 2014

Doric Hotel - Luisa Mazzocchi



Venerdì 7 Febbraio ho avuto la fortuna di poter partecipare ad una nuova appassionante conferenza, che si è svolta nel foyer di prima galleria del Teatro delle Muse di Ancona. 

Questo meeting, che aspettavo davvero con trepidazione, presentava un titolo e un programma realmente accattivanti. L'argomento centrale era "Il bombardamento al rifugio delle carceri 1° Novembre 1943. Un dialogo tra Attilio Bevilacqua e Luisa Mazzocchi". Si sarebbe parlato di guerra, di bombardamenti e di storia, ma soprattutto si sarebbe parlato della mia città: Ancona.

In questo post voglio approfondire il secondo dei due libri presentati: Doric Hotel di Luisa Mazzocchi edito dalla casa editrice anconetana Italic PeQuod.







TRAMA: Lara Isabel ha trent'anni, un lavoro che non le piace, tanti amici e un amore impossibile che non riesce a risolvere; Dora ha ottantaquattro anni e una pena profonda nel cuore, un dolore antico che si porta dentro da più di mezzo secolo. Entrambe vivono nel centro storico di Ancona dove, in seguito a un incontro casuale, nasce la loro straordinaria amicizia che, attraverso strane coincidenze e tristi ricordi, le porterà a rivivere la vicenda dei bombardamenti aerei che devastarono la città durante la Seconda Guerra Mondiale. Lara Isabel vuole a tutti i costi aiutare Dora a superare il terribile senso di colpa che non l'ha mai abbandonata da quando, proprio sotto le bombe, perse sua cugina Giorgia e l'amica del cuore Myriam, costretta a fuggire dalle persecuzioni razziali, senza aver potuto risolvere alcune incomprensioni reciproche. Le indagini portano la ragazza in una vecchia e pittoresca pensione, nella cui soffitta alcuni misteri potrebbero essere svelati... Doric Hotel è una fiaba metropolitana, intimistica ed emozionante, sui valori dell'amicizia e della memoria storica, ma è al contempo in romanzo di formazione di una giovane donna che, in lotta con i propri sentimenti per dimenticare un amore difficile, scoprirà, senza quasi rendersene conto, una più matura ed equilibrata consapevolezza di sé.


Doric Hotel di Luisa Mazzocchi, edito da PeQuod,
16 euro, 174 pagine, codice ISBN 9788896506530
Ho avuto la fortuna di partecipare alla conferenza che mi ha permesso di conoscere e ascoltare l'autrice. E non è una fortuna da poco, noi lettori curiosi siamo spesso avidi di informazioni, soprattutto nei confronti dei libri che amiamo. Sarà una storia vera? Chissà come è nata l'idea di questo romanzo? Sono le domande che affollano la mente di ognuno di noi.
Grazie alle parole di Luisa Mazzocchi ho potuto scoprire l'origine di questo romanzo e tante informazioni interessanti che hanno fatto sì che io lo apprezzassi fino in fondo. L'autrice ha rivelato di essere stata folgorata da un'intuizione proprio mentre si trovava di fronte all'ingresso del rifugio (per ulteriori informazioni storiche vi lascio il link del saggio Ancona I Novembre 1943). Quel portale mi ha aperto un mondo, e quella lapide, con quella scrittura un po' criptica e frettolosa a fianco di quella saracinesca ha prodotto in lei un profondo senso di angoscia che l'ha spinta a cercare informazioni, a scoprire la verità. Pensando a questo episodio nel tempo ho iniziato a raccogliere informazioni e nel 2009 ho iniziato a scrivere il romanzo, colpita dalla scarsità di notizia, vaghe e contrastanti. La città ha voluto dimenticare.

L'esordio del romanzo è la descrizione di un momento simile a quello realmente vissuto dall'autrice; Lara Isabel si trova ad osservare quella lapide e si domanda cosa nasconda quel portale. Poi il destino le fa incontrare Dora, un'anziana signora, e le due donne diventano amiche. Ciò che le unisce è quel tragico evento datato 1° Novembre 1943, da una parte la volontà di scoprire e conoscere quello che è stato; dall'altra l'estrema esigenza di ritrovare il tassello di un puzzle rimasto incompleto per troppi anni.

Il romanzo, che di base è romanzo storico, è anche un romanzo di amicizia, di amore, di sogni e di passioni; insieme a tutto questo è un romanzo doloroso, che riporta con estrema lucidità i fatti e con estrema commozione i devastanti sentimenti di chi era presente davvero. Un romanzo davvero emozionante, ironico, a tratti divertente e poi immediatamente terribile e straziante.

L'ho letto tutto d'un fiato. Luisa Mazzocchi è una penna brillante e riesce ad intrattenere il lettore dalla prima all'ultima pagina. Peccato che questo viaggio duri così poco, ma del resto si sa, ciò che è bello tende a svanire in fretta.

Leggere questo romanzo è stato, per me, davvero rassicurante. Sarà per l'ambientazione, sarà perché mi sono appassionata ai fatti di quel primo Novembre, sarà che quei luoghi, quei nomi e quei personaggi li sento vicini a me. Mi sono divertita, mi sono affezionata a Dora e alla sua storia e mi sono commossa. Un libro da consigliare agli amici, quelli veri, perché da un romanzo così si può imparare tanto, ma si può anche regalare un sorriso e un'emozione.



La memoria non serve più ai vecchi o a chi non c'è più. Della memoria hanno bisogno le nuove generazioni che hanno il diritto di percorrere una strada senza ostacoli, perché chi l'ha attraversata prima ha lasciato qualcosa di importante come testimonianza di sé. La vita, il sangue, la libertà sono beni preziosi buttati al vento se ciascuna generazione deve sacrificarsi ogni volta. Ricominciamo da capo, solo perché ci hanno insegnato che la storia si ripete, non è più una giustificazione valida e sufficiente per le generazioni di oggi che hanno nella cultura più avanzata uno strumento di civiltà e di progresso eccezionale. [Pagina 141]

Per maggiori informazioni vi lascio il link del sito dell'autrice: Luisa Mazzocchi

lunedì 10 febbraio 2014

Le chiacchiere del lunedì #5: PRESENTAZIONE: "Ancona I Novembre 1943" -Attilio Bevilacqua

Venerdì 7 Febbraio ho avuto la fortuna di poter partecipare ad una nuova appassionante conferenza, che si è svolta nel foyer di prima galleria del Teatro delle Muse di Ancona. 

Questo meeting, che aspettavo davvero con trepidazione, presentava un titolo e un programma realmente accattivanti. L'argomento centrale era "Il bombardamento al rifugio delle carceri 1° Novembre 1943. Un dialogo tra Attilio Bevilacqua e Luisa Mazzocchi". Si sarebbe parlato di guerra, di bombardamenti e di storia, ma soprattutto si sarebbe parlato della mia città: Ancona.


Non ho voluto sapere altro. Armata di registratore, blocco a quadretti e penna blu sono salita in autobus e mi sono fatta trasportare verso questa nuova avventura, che si è rivelata sbalorditiva, stupefacente.

Inoltre sono stata molto fortunata: sono arrivata nel foyer quando i tavoli e le sedie erano quasi completamente occupati; l'unico posto che sono riuscita a trovare è stato quello di fianco un'elegante signora, che poi ho scoperto essere la moglie di Attilio Bevilacqua, lo scrittore di cui vi parlerò tra poco. Il caso ha voluto che mi accomodassi vicino alla persona giusta al momento giusto, la Signora, infatti, ma ha dato tantissime informazioni e si è dimostrata davvero gentile con me.

Ad introdurre i due scrittori e a tenere vivo il dibattito erano i rispettivi editori: Valentina Conti della casa editrice anconetana Affinità Elettive e Andrea Giove della casa editrice PeQuod.



Luisa Mazzocchi (autrice del libro Doric Hotel);
Attilio Bevilacqua (autore del libro Ancona 1° Novembre
1943)
e Sergio Sparapani.


 I protagonisti di questo dibattito sono stati due libri e due storie.
Da una parte il saggio storico in cui l'autore, dopo due anni di ricerca, è riuscito a ricostruire  la storia di quel drammatico evento e a raccontare l'infausta e luttuosa vicenda. Dall'altra il romanzo, che poi è anche romanzo storico, una storia di amore e di amicizia.
Quello che unisce queste due opere appartenenti a generi così diversi e lontani tra loro è un tragico episodio che ha avuto luogo nella stessa città e nello stesso giorno: Ancona, 1° Novembre 1943.





Ho deciso di dividere in due parti questo articolo di presentazione e il motivo è che, trattandosi di due libri così diversi, ma paradossalmente così uniti, voglio dare il giusto spazio ad entrambi. Questo è il motivo per cui oggi vi parlerò del libro che racconta la storia vera e le testimonianze di chi ha vissuto il bombardamento del 1943 e nel prossimo post lascerò spazio al romanzo, che narra una storia di pura invenzione scaturita dalla penna di Luisa Mazzocchi la quale, dopo essere stata profondamente colpita da queste vicende storiche e realmente avvenute, ha voluto ricordarle parafrasandole in un romanzo emozionante.
Prima tratterò della storia e poi della finzione:


Ancona 1° Novembre 1943, edito da Affinità elettive
137 pagine, prezzo di copertina 14 euro, codice
ISBN 9788873261988

Questo libro è stato meditato per molti anni. 
Attilio Bevilacqua è sempre stato in contatto con detta vicenda. Suo suocero, infatti, ha avuto la disgrazia di vivere il bombardamento direttamente sulla sua pelle. Immaginate la fortuna di poter ascoltare le parole di chi c'era, immaginate la possibilità di studiare a approfondire un argomento così caro, così vicino ma così, ahimè, dimenticato.

"Questa è una storia che ruota intorno a due mondi sconosciuti l'uno all'altro, due mondi che mai avrebbero pensato di venire in contatto in modo tragico come avvenne quel 1° Novembre 1943. L'uno era il mondo della guerra e di coloro che la combattevano, i soldati. L'altro era una città, Ancona, coinvolta in uno dei tanti, terribili drammi della Seconda Guerra Mondiale. Un dramma, tuttavia, la cui fama non ha superato il confine della nostra città pur rappresentando per essa un dramma e una cesura"
Durante la conferenza, Attilio Bevilacqua ha riassunto con occhio critico le vicissitudini che troverete descritte impeccabilmente in questo libro traumatizzante. 
Io mi limito ad un breve e conciso riassunto del riassunto, perché vale la pena leggere e seguire passo passo, minuto dopo minuto, la vicenda direttamente dalle pagine del saggio. Sfogliando per, ormai, la terza volta questo volume posso dirvi che lo troverete diviso in due parti: la prima intitolata "Venti di guerra su Ancona" dove viene ricordata una data immediatamente precedente ma altrettanto importante per gli sviluppi dell'argomento centrale: 8 Settembre 1943. La data della proclamazione dell'armistizio con gli Alleati ad opera di Badoglio. Seguirà l'occupazione di Ancona da parte delle truppe tedesche. 
Il dramma di Ancona fu di essere importante sia per le forze dell'Asse sia per quelle degli Alleati [...] significava per gli uni l'opportunità di tenere occupata una notevole parte di divisioni angloamericane. Dall'altro lato, gli Alleati avevano bisogno di vincere per l'egemonia sul Mediterraneo. [...] Ancona in questo quadro rappresentò per le forze tedesche una città da tenere occupata il più a lungo possibile per evitare che il porto cadesse in mani nemiche e dare tempo al genio militare di terminare la linea Gotica, sulla quale come noto, le forze tedesche terranno in sacco per molto tempo le truppe Alleate. [pagina 19]
Piantina del lungo tratto di via Fanti - oggi via Birarelli-
la maggior parte di case, edifici pubblici e chiese qui
ubicati furono distrutti dal bombardamento
del 1 Novembre 1043
Il racconto prosegue con la descrizione dettagliata, corredata da foto d'epoca, di tutti i rifugi presenti nella città fino ad approdare ad una descrizione nei minimi dettagli della via dove era stato costruito il rifugio delle carceri, protagonista di questo disastro.
Siamo in via Manfredo Fanti, l'odierna via Giuseppe Birarelli, e l'autore ci propone una minuta descrizione di tutti gli edifici presenti nonché della storia di ognuno di essi.
Se siete di Ancona, se avete attraversato quelle strade, sono sicura che un brivido freddo vi percorrerà la schiena, esattamente come è successo a me. Da quel momento in poi vi sembrerà di essere lì, tra quegli edifici, nel 1943, alle porte di un evento terribile e inaspettato.

Proseguendo, vi troverete a leggere un capitolo interamente dedicato al "Rifugio della Casa di pena Santa Palazia" che inizia così:

Nel periodo subito dopo la dichiarazione di guerra, ad Ancona si registrarono pochi allarmi aerei, dovuti al transito di bombardieri alleati. Nel 1941 vennero lanciati tre allarmi, ad aprile, giugno e novembre. Nel 1942 non ce ne fu nessuno. Sopra la nostra città si vedevano transitare grandi formazioni aeree alleate, dirette verso obiettivi a nord di Ancona. Da maggio 1943 invece cominciarono ad aumentare di giorno in giorno i preallarmi. I cittadini ne erano all'oscuro. Solo i responsabili preposti ai comandi della difesa aerea ne erano a conoscenza ed evitavano di diffonderli per non allarmare la popolazione. Questa circostanza permise agli anconetani di cullarsi nell'illusione che la nostra città sarebbe stata risparmiata dal dolore e dalla sofferenza. Infatti erano passati quaranta mesi dall'inizio della guerra senza alcuna incursione nemica. [pagina 49] 



 L'idillio durò ben poco, i bombardamenti iniziarono anche qui e gli enti preposti alla sicurezza dei cittadini dovettero dedicarsi con urgenza alla messa a punto di rifugi per far sì che, in caso di bombardamento, i cittadini potessero ripararsi e salvarsi dalle bombe. In via Fanti era presente anche la Casa di Pena di Santa Palazia, una struttura che era preposta alla reclusione di ergastolani e detenuti minorenni. Anche i carcerati avevano diritto ad un edificio dove potersi proteggere da eventuali incursioni aeree; così fu costruita una galleria adiacente al carcere ( i detenuti non potevano uscire dalla struttura). In questa galleria, che vedete riportata nella foto qui a fianco, si poteva accedere sia dal carcere sia dalla via Fanti. Neanche a dirlo, la galleria era divisa in due parti: una destinata ai civili, dalla quale si poteva accedere da via Fanti; l'altra destinata ai detenuti.


Il porto di Ancona, il più grande del medio Adriatico, rappresentava un importante obiettivo militare per le forze anglo-americane. Liberarlo dalle forze tedesche occupanti e impossessarsene era indispensabile per favorire l'avanzata delle truppe di terra verso nord. Bisognava colpire lo scalo ferroviario, il porto e il cantiere navale, dei quali si avvalevano le truppe tedesche.

Quel Lunedì, mentre ricorreva la festività di Tutti i Santi e mentre il cielo era limpido, niente faceva presagire l'inferno che di lì a poco si sarebbe scatenato sulla città. Mentre le chiese erano stipate di fedeli, si levarono in volo trentasette caccia bombardieri. L'orario di arrivo era previsto per le 12:50.
Dopo i vari allarmi le persone iniziarono a scappare dalle proprie abitazioni e a cercare riparo nei rifugi. La galleria a forma di L di lì a poco sarà rinominata "La galleria della morte" perché, dopo essere stata colpita cinque volte, da cinque bombe, in cinque punti diversi, le persone che vi trovarono la morte furono più di 700.

Il libro prosegue con  il resoconto del periodo successivo al bombardamento e, nella seconda parte, Attilio Bevilacqua riporta anche i fatti del dopoguerra:

Al termine del secondo conflitto mondiale, quando la guerra e le immani sofferenze che essa aveva portato cominciarono a diventare un ricordo sfocato, gli anconetani ebbero la reazione di tutti gli altri italiani. Vollero gettare alle spalle il più presto possibile il ricordo della morte, della paura e delle angosciose incertezze che avevano scandito quegli anni. Bisognava andare avanti, ricostruire non soltanto tutto quello che era stato distrutto, ma anche la propria vita. Ritornare al lavoro, quando se ne possedeva uno, oppure cercarlo. Pensare alla famiglia e se la propria casa era stata distrutta dalla guerra, cercarne un'altra. [pagina 115]

Il rifugio oggi (La galleria della morte). I numerosi fogli appesi a fili sottilissimi vogliono ricordare i 724 morti in quel tragico evento. L'idea è stata degli architetti Di Mattero e Tarsetti. La sua esecuzione p stata affidata agli studenti del Liceo artistico di Ancona, precisamente a quelli della classe V del professor Socrati.

Un libro davvero avvincente, da brivido. Per me che conosco la città e i luoghi descritti è stato terribile, ma non sono riuscita a staccare gli occhi da queste pagine. Si tratta di un saggio storico estremamente breve, ma davvero completo e ben scritto. L'ho apprezzato tantissimo e sono stata davvero felice di aver conosciuto di persona l'autore e sua moglie, sono due persone interessanti, disponibili e gentili.
Un'esperienza meravigliosa che consiglio a tutti.


Nel prossimo post vi parlerò del romanzo "Doric Hotel" di Luisa Mazzocchi.
A presto!




sabato 8 febbraio 2014

Post-riassunto #1: Le letture del mese di Gennaio.

Non mi sono dimenticata di avere un canale youtube...ho solo paura della telecamera. Prima o poi spero di abituarmi, intanto, se vi va, potete sorbirvi questi trenta minuti di chiacchiere pazze e sconclusionate.
La qualità del video è pessima...è tutto sgranato...io sono rossa come un pomodoro... 
Però, per il momento, non posso fare di meglio. Devo trovare una telecamera vera, piano piano mi organizzerò anche su questo fronte. Magari potrebbe essere il mio regalo di Laurea, vedrò.

 Intanto qui sotto trovate il video. Scrivetemi, parlatemi. esprimetevi!



Recensioni:


  1. Burton racconta Burton
  2. Nemesi
  3. Nevicava sangue
Link alla pagina Facebook:QUI!

lunedì 3 febbraio 2014

Nevicava sangue - Eraldo Baldini


Un giorno come un altro mi trovo a sfogliate un pieghevole della inMondadori. Quando passo davanti alla mia libreria preferita, mi ricordo sempre di prendere uno di quei pieghevoli accatastati in basso, sotto il bancone della cassa. Mi piace portarli a casa e sfogliarli; mi piace guardare le nuove uscite e mi piace ritagliare le foto dei libri che per un motivo o per un altro mi colpiscono.
In un giorno come un altro mi trovo a sfogliare proprio uno di quei pieghevoli e subito la mia attenzione è subito catturata da questa copertina (sì, sono materialista e venale, non leggo la trama, mi faccio affascinare dal contenitore). E' ipnotica. La fisserei per ore e ore e non mi stancherei, non è tremendamente evocativa? Guardandola ho immaginato almeno una decina di storie; ho fantasticato su quale potesse essere il contenuto, quale potesse essere il mondo contenuto da quella copertina.
Nel giorno "che tutte le feste si porta via" ho ricevuto, tra le altre cose, questo libro ed è stato come rivedere una persona cara, una di quelle che non vedi spesso, ma che quando si palesano di fronte ai tuoi occhi ti scaldano il cuore e non vedi l'ora di parlare e di interagire e di scoprire cosa è successo, cosa hanno fatto e cosa hanno detto in tutto questo tempo. La curiosità era tanta e non ho resistito. L'ho iniziato e dopo un soffio era già concluso. Un libro terribile; scritto bene; un libro che ti tiene incollato alle pagine ché non vorresti finisse mai.
Ma procediamo con ordine:

C'è odore di temporale. Da ponente arrivano folate prepotenti d'aria quasi fredda, che fa rabbrividire l'erba in un fremito nervoso. E quando qui arriva il vento, non c'è ostacolo che possa fermarlo o rallentarlo. Può correre libero e veloce perché ci sono ampie praterie, spazi aperti in cui l'occhio si perde fino a orizzonti che sembrano disegnati da un unico tratto di penna. Gli alberi, come se una bufera potente e inusitata le avesse spinti via dalla campagna, ammassandoli lontano tutti insieme, sono fitti e innumerevoli solo dove, a levante, si staglia la fascia scura di un bosco che pare non avere fine. Nuvole compatte e nere, dalla porta del maltempo che ogni tanto si apre anche nei giorni d'estate e fa irrompere una sfuriata che lascia attoniti e illividiti i campi, i pascoli e le paludi, avanzano accompagnate da un borbottare di tuoni bassi e lunghi. Poi per magia, all'improvviso come si erano annunciati, i bastioni di tempesta si sfaldano come se avessero impattato su qualcosa di invisibile. O come se non avessero più voglia di fare il loro lavoro, anch'essi impigriti dall'afa di agosto che fino a poco prima regnava sovrana, dal ronzare delle mosche, dall'inerzia immobile di quelle distese abbagliate di luce. [Pagina 1

Questa storia inizia il 20 Agosto del 1811 ed è la storia di Francesco Mambelli. Ha ventisei anni, una figlia, che Ha sei anni, Lucia, e assomiglia sempre di più a sua madre. Gli stessi capelli chiari, gli stessi occhi grigi, lo stesso mento grazioso e appuntito. Francesco si ferma a guardarla, cercando nei suoi lineamenti, come fa ogni tanto, quelli della moglie morta nel darla alla luce. Gli pare l'unica maniera per non dimenticare quel viso che non può più vedere.  Con loro vive la madre di Francesco, la nonna di Lucia, Anna. La donna, i capelli brizzolati raccolti in una crocchia [...] non parla mai molto. Parla con gli occhi, questo sì, vivi e azzurri, in contrasto con le vesti e il grembiule scuri che indossa sempre

Nevicava sangue di Eraldo Baldini, 249 pagine,
codice ISBN 9788806214661
Questa famiglia vive in una casupola inserita in un arcipelago di povere capanne raccolte accanto agli edifici maggiori e più importanti, i grandi stabbiali con un lato aperto su recinti e pascoli dove si allevano bovini e cavalli, e la cascina che contiene sia il fienile che gli attrezzi. Siamo in una zona rurale a Nord di Ravenna; Francesco si occupa delle mandrie, ma i cavalli sono la sua passione:
Francesco è contento di quell'incarico ed è bravo con i cavalli. Ci lavora da quando è nato, li conosce, li capisce. E gli piacciono. Nella fattoria ce ne sono a decine, di provenienza, manti e caratteri differenti. Perché ognuno di quegli animali ha un'indole particolare ed è diverso dall'altro. Chi li vedesse tutti insieme, se inesperto, forse non li distinguerebbe, ma lui ne conosce la razza, la storia, i bisogni, le fisime, le debolezze e le forze.
La vita è difficile per gli abitanti di questo arcipelago di casupole; il lavoro è duro e sfiancante; la sera si torna a casa a riposare e all'alba sono tutti già svegli e tutti indirizzati verso le proprie mansioni.

Un giorno, però, questo equilibrio apparente si spezza. Sono stati rubati tre cavalli e Francesco parte alla ricerca dei tre animali, sicuramente saranno stati rubati dai banditi, non c'è un minuto da perdere. Entra nel bosco al galoppo e, a causa della fretta, il cavallo che sta montando inciampa rompendosi una zampa. I briganti hanno sentito il rumore degli zoccoli, raggiungono Francesco e lo aiutano a sopprimere la povera bestia sofferente. Francesco viene bendato e scortato da questi malviventi non si sa dove. Quando riapre gli occhi, si ritrova in un campo nomade, circondato da bambini sudici e maleodoranti. Insieme ai briganti c'è un volto amico e conosciuto: suo cugino, che non vedeva da tanto tempo e che prova a convincerlo, gli chiede di restare. Francesco scopre che i briganti e il padrone, dunque il proprietario dei cavalli rubati, sono d'accordo. Questa notizia lo spiazza e lo sconvolge: oltre a dover giustificare la perdita di un cavallo ora deve anche mantenere questo enorme segreto.

Quando torna a casa e sembra tutto tranquillo. Passano i giorni e, anche se il padrone, il signor Morri, ha scoperto che Francesco ha perso un cavallo, non si è ancora presentato; non ha mandato nessuno a chiamarlo e non gli ha inflitto alcuna punizione.
E' questione di un attimo.
Monta sul calesse, il padrone dà  di redini e il cavallo riprende ad avanzare sul viottolo fino ad arrivare alla boaria. Invece di fermarsi nell'aia, Morri lo manda oltre, dietro i pagliai. Lì si ferma, prende tempo guardandosi intorno e sospira: - A mio figlio Giovanni è arrivata la chiamata alle armi. [...] L'avevano già chiamato l'anno scorso, - continua Morri, - ma si era rotto il braccio pochi mesi prima, e con qualche certificato siamo riusciti a scamparla. Ma adesso hanno stretto i buchi da cui sfugge, e neppure io posso riuscirci. Per cui dovrebbe partire. [...] Non voglio farla lunga, - dice il padrone accendendosi un sigaro. - Tu sai che un coscritto può farsi sostituire, vero?
-Sì...no. Per la verità non lo so, è una cosa che non mi ha mai riguardato. Quand'era viva mia moglie non richiamavano gli sposati, e adesso sono padre vedovo, quindi esentato.
-Già. Però, se vuoi, puoi andare.
-E perché dovrei?
-Per fare un favore, un grosso favore a me e a Giovanni. Andare al posto suo. Ci penserei io a preparare tutti i documenti del caso. [...] Saprei ricompensarti bene. Al tuo ritorno riavresti il posto di lavoro con i cavalli. Anzi, ti farei capo mandriano. E ti darei anche del denaro, più di quanto tu ne abbia mai avuto.
Francesco è costretto a lasciare sua madre e sua figlia. Deve arruolarsi per colpa del padron Morri che lo ricatta e lo minaccia di cacciarlo da casa sua.
Da questo momento in poi la guerra, la Russia, il freddo, la lotta continua per la sopravvivenza e, ahimè, la morte saranno onnipresenti. Ogni tanto farà la sua comparsa di fronte alle truppe lo stesso Napoleone in persona. Ma a Francesco tutto questo non interessa. Lui pensa solo a Lucia e a sua madre. Il compagno di quest'avventura lunga un anno e mezzo sarà Berto, un cavallo dell'esercito con il compito di trasportare cannoni e munizioni.

Francesco affronterà numerosissime difficoltà, la guerra è terribile, ma ciò che c'è di peggio ancora sono le condizioni in cui sono costretti a vivere i soldati. Uomini che arriveranno al punto di uccidersi pur di non soffrire gli stenti della fame; pur di non morire assiderati nella neve, lontani dalle persone che amano. Uomini che arriveranno al punto di uccidere i propri cavalli pur di riempirsi lo stomaco e scaldarsi le ossa. Ma Berto e Francesco combatteranno fianco a fianco e vinceranno la guerra.

Ma non finisce qui, c'è un'ultima missione da portare a termine, la più importante: Berto e Francesco devono tornare a casa, in Italia, a Ravenna.

Un libro scritto davvero benissimo. Una scrittura limpida, essenziale, asciutta e semplice come quella dei grandi maestri della narrativa americana. Erano anni che non leggevo un libro di un autore italiano scritto così bene. Baldini è un poeta delle descrizioni. Pensate che per la sua narrativa è stato coniato dalla critica il termine "gotico rurale" ad indicare un nuovo genere narrativo peculiare, che lo contraddistingue.  Un genere che mi ha coinvolto molto e con il quale ho stabilito un rapporto empatico. Non ci crederete mai, ma appena ho terminato il libro mi è venuta voglia di ricominciarlo subito. Questo romanzo è da regalare a quelle persone care alle quali si vuole davvero bene. Un libro breve ma intenso, capace di donare sensazioni terribili e straordinarie allo stesso tempo.

Francesco è uno dei personaggi più completi e meglio caratterizzati, dal punto di vista psicologico e interiore, che ho conosciuto quest'anno. Gli ho voluto bene e mi sono affezionata a lui dalla prima pagina. Mi è piaciuta la sua bontà d'animo, è un personaggio pacifico, ma soprattutto è di pochissime parole. Francesco pensa molto, ma non parla tanto... eppure quando parla esprime essenzialmente la verità. È un uomo schietto ma è soprattutto un uomo buono. Ed essere buoni, ogni tanto, paga.
Un romanzo consigliato con il cuore. Leggetelo, non ve ne pentirete.
A presto.


PS: chissà cosa avrà provato Eraldo Baldini quando gli hanno comunicato che grazie ai suoi romanzi e alla sua prosa è nato un nuovo genere letterario. Sarà stato un grande onore essere l'iniziatore del genere gotico rurale... tra qualche anno studieranno i suoi libri, la sua biografia e la sua poetica nelle scuole e nelle università. Wow!

PPS: [SPOILER] E' stato bellissimo leggere questo libro anche per la riflessione che Francesco fa a proposito del mare. Io capisco Francesco. Abito a due passi dal mare e quando mi allontano per tanto tempo e poi torno, respirare l'aria salmastra mi riporta in vita. Francesco l'ha capito, gli ci è voluta una guerra e un viaggio lungo un anno e mezzo, ma quando torna a casa capisce che il mare per lui è casa. Doppio wow!

Le chiacchiere del Lunedì #4 - PRESENTAZIONE: "Un libro molto pericoloso" - Christopher Krebs



Buon Lunedì!
Oggi voglio parlarvi di un'esperienza nuova, per me. Non mi era mai capitato di partecipare alla presentazione di un libro. L'occasione, probabilmente, si sarà presentata, a volte; però non ho mai colto l'attimo, un po' per pigrizia, un po' per stanchezza.
Ormai sono libera e ho tempo di fare tutto quello che voglio, ma questo lo sapete già se avete letto il primo post del 2014.

Per questi motivi, quando mi si è presentata l'occasione, precisamente venerdì 31 Gennaio, precisamente alle ore 18:00 e precisamente nella sala Melpomene del Teatro delle Muse di Ancona, ho deciso di armarmi di penna blu e quaderno e andare.
Non mi sono informata né a proposito del libro né a proposito dell'autore. Volevo vivere questa esperienza a tutto tondo, captando ogni informazione e meravigliandomi di ogni sorpresa. E così è stato. Nonostante la pioggia battente; nonostante la stanchezza accumulata dopo un'ora di tapis roulant in palestra e nonostante non avessi la minima idea di quale fosse la sala Melpomene del Teatro delle Muse, non ho desistito.

Dopo essermi seduta e aver preparato tutto l'armamentario necessario, Giorgio Mangani, l'editore della casa editrice anconetana Il lavoro editoriale, specializzata nella cultura e nella storia e nella letteratura delle Marche, ha subito iniziato a presentare questo libro dal titolo piuttosto accattivante: "Un libro molto pericoloso, La Germania di Tacito dall'impero romano al Terzo Reich". L'autore è Christopher Krebs, Professore di Filologia Classica nelle Università di Princeton e, prima ancora, Harvard.

Libro considerato il  modello ideale del tipo di pubblicazioni al quale un editore come Mangani pensa normalmente, esso, in effetti, ha come caratteristica principale il massimo della specificità locale pur muovendosi in una scala ampia, quasi globale, considerando la materia trattata. 


Di cosa si tratta? "Un libro molto pericoloso" è uno studio che parte dall'analisi della "Germania" di Tacito e arriva, grazie all'analisi delle varie riletture che di questo libro sono state fatte corso del tempo, fino alla strumentalizzazione più prepotente che ne è stata fatta in Germania dal partito nazional-socialista. Pubblicato in inglese, per la prima volta, nel 2011 e poi tradotto in italiano dalla casa editrice marchigiana nel 2012.
Nelle pagine di questo saggio sono contenute vicende interessanti dal punto di vista storico ma soprattutto dal punto di vista peculiare della regione Marche. Questo testo è fortemente radicato nella nostra regione - prosegue Mangani - ma allo stesso tempo è così globali per il suo impatto, tanto da aver ispirato, per ammissione del regista stesso, la vicenda (che consideriamo romanzata, a questo punto) del celeberrimo film intitolato "Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta".

La storia di questo libro ha una sua specificità. Christopher Krebs ha dedicato questo suo studio originale a un'edizione del codice della "Germania" di Tacito che era originariamente collocata nella biblioteca Baldeschi Balleani di Jesi. Quello che è estremamente significativo per noi è che questo libro sembra quasi una rimpatriata di marchigiani- aggiunge l'editore -in quanto questo  fu scoperto da  un umanista originario delle Marche che per commissione del Papa Nicolò V stava ricercando codici per ricostruire la Biblioteca Vaticana. Ad un certo punto della sua ricerca si trova con questo codice di cui poi perde la committenza poiché il Papa muore.  La "Germania" di Tacito non scompare del tutto, infatti, si ha notizia che una cinquantina di anni dopo lo stesso papa Pio II Piccolomini nomina lo stesso libro in alcuni dei suoi discorsi. Dopo essere stata copiata a Perugia, la "Germania" di Tacito viene trasportata e conservata nella biblioteca jesina fino agli anni Venti quando Cesare Annibaldi, un professore di liceo e sacerdote lo riscopre e lo studia dal punto di vista filologico fino a dare un'interpretazione di esso come del manoscritto più antico della tradizione di questo testo. Ovviamente, lo studio di Annibaldi compare su numerose riviste specializzate e i tedeschi lo scoprono e iniziano a bramare di possedere in patria questo documento così importante e così rivelatore. Iniziano subito a fare pressioni sul governo italiano già a partire dagli anni Trenta [...] lo stesso periodo in cui la "Germania" di Tacito stava diventando il manuale di riferimento del movimento nazional-socialista,giacché molte delle descrizioni dei popoli germanici fatte da Tacito corrispondono agli ideali nazisti. Tali descrizioni vengono  poi sono saccheggiate dai manuali delle SS perchè Tacito stesso aveva sostenuto che i germani erano arrivati puri e senza contaminazioni e mescolamenti di razza, ai suoi tempi. I popoli germanici vengono anche descritti come barbari, luridi, sporchi, dediti al gioco e alle malefatte, ma questo non è importante per il regime. Ciò che conta è la razza ariana considerata come razza pura e ancestrale, una razza di semi-dei conquistatori, forti e potenti. Il libro posseduto dalla biblioteca di Jesi cominciò così a creare tensioni tra i due uomini più potenti del periodo, Mussolini e Hitler e Himmler, soprattutto, l'eroico uomo di riferimento ideologico del movimento nazional-socialista. Himmler faceva una pressione pazzesca per ottenere questo libro considerato come documento identitario e Mussolini inizialmente pensò di cederlo, ma poi la sua commissione di umanisti e storici studiosi del periodo in cui Tacito scrive fanno una levata di scudi per proteggere questo documento e si finisce per lasciare le cose come stanno fino a quando la settimana dopo l'armistizio del '43 le SS presenti in Italia mandano un distaccamento a Jesi a cercare questo codice, che non viene trovato. Una storia affascinante che Krebs riesce a ricostruire con competenza di studioso ma anche con la leggerezza tipica dello scrittore e del giornalista.
La copertina del libro riporta il simbolo di un'associazione scientifica costituita dai nazisti nel 1935 che era stata appositamente costituita per studiare l'antropologia e la storia della razza ariana. Il codice di questa "Germania" di Tacito fu sottoposto a studi da parte di membri di questa associazione scientifica e persino pubblicato ma, poiché non potevano avere il codice originale, fu pubblicata in Germania una versione grazie ad un prestito di qualche mese, stipulato proprio per consentire questi studi e questa pubblicazione.

Un libro interessante per gli appassionati del genere, ma anche per chi, come me, vive in questa meravigliosa regione ricca di avvenimenti storici e vicende sorprendenti.
E' stata un'esperienza formativa appassionante e non vedo l'ora di partecipare alle prossime presentazioni.
Se siete interessati all'acquisto del libro potete trovarlo direttamente nel sito della Casa Editrice (clicca qui, per maggiori informazioni).