giovedì 26 giugno 2014

Il mare non bagna Napoli - Anna Maria Ortese

"Il mare non bagna Napoli" edito Gli Adelphi, 10€, 176 pagine, codice ISBN 9788845922855

Il mare non bagna Napoli è una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana... Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono  e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov". PIETRO CITATI

Il mare non bagna Napoli è davvero un Giano Bifronte.
E' un libro duplice nell'influenza che ha avuto nella vita dell'autrice, infatti, dopo aver riscosso un grande successo nella critica, nel 1953 si aggiudicato un premio speciale per la narrativa nell'edizione del Premio Viareggio di quell'anno; allo stesso tempo, però, ha toccato dei nervi scoperti che hanno avuto un'enorme influenza nella vita dell'autrice, prima costretta ad una non troppo velata emarginazione e successivamente costretta ad abbandonare la città che tanto amava.
Un libro sdoppiato e ambivalente anche nel contenuto: Il mare non bagna Napoli è suddiviso in cinque capitoli aventi come oggetto le squallide condizioni della Napoli del dopoguerra. I primi due capitoli consistono in due racconti e i restanti tre, invece, segnano una svolta nella narrazione. La Ortese, infatti, decide di affiancare due racconti a tre inchieste che denunciano lo squallore, la dispersione e il senso di rovina della città. Quello che risulta è una prima parte che è tutta un'allegoria prettamente letteraria dove è l'immaginazione della scrittrice mediata dalla sua esperienza a narrare le due storie; la seconda parte, invece, è dettata dallo sguardo oggettivo di una donna che attraversa Napoli e che vi si immerge riportando pedissequamente ogni scorcio e ogni sensazione evocata.

Un libro, che con un'esagerazione potremmo definire bipolare, capace di suscitare duplici sentimenti anche nel lettore che si presta alla lettura. O almeno è quello che è successo a me: essendo molto breve sono riuscita a leggerlo in un pomeriggio ma mentre la prima parte mi ha colpita, catturata e intrattenuta tantissimo, la seconda parte ha abbassato leggermente il mio livello di attenzione. A mio avviso i due racconti iniziali sono meravigliosi, il resto del libro mi ha delusa leggermente e a tratti è riuscito anche ad annoiarmi un poco, non perchè sia scritto male o perchè non vi sono argomenti interessanti, piuttosto perchè le mie aspettative erano altre.

Un paio di occhiali è il racconto di apertura e sicuramente il mio preferito. La protagonista è Eugenia, una bambina che ha già sperimentato la miseria, il degrado e lo squallore dei quartieri più poveri di Napoli. Vive con la sua famiglia e ha sempre vissuto una vita offuscata. Il racconto si apre con la visita oculistica alla quale Eugenia viene sottoposta. L'oculista è preoccupato perché la bambina è quasi cieca: le mancano nove diottrie da un occhio e dieci dall'altro. La zia ha qualche soldo da parte e decide di spendere "Ottomila lire, vive, vive!" e acquistare gli occhiali alla nipote. Nell'attesa che gli occhiali siano pronti, per giorni interi, la zia di Eugenia non fa altro che rinfacciarle di aver speso quelle "Ottomila lire, vive, vive!". Ma Eugenia non la ascolta nemmeno: durante la prova delle lenti ha visto il mondo in un modo nitido e totalmente inedito per lei ed è emozionata e non vede l'ora di esplorare tutto ciò che la circonda e tutto il non-visto fino a quel momento.
"Iddio ti ha voluta preservare, figlia mia!" disse andando a prendere il pacchetto col vestito e mettendoglielo tra le mani. "Non sei bella, tutt'altro, e sembri già una vecchia. Iddio ti ha voluto prediligere, perché così non avrai occasione di male. Ti vuole santa, come le tue sorelle!" senza che queste parole la ferissero veramente, perché da tempo era già come inconsciamente preparata ad una vita priva di gioia. Eugenia ne provò lo stesso un turbamento. E le parve sia pure un attimo, che il sole non brillasse più come prima, e anche il pensiero degli occhiali cessò di rallegrarla. Guardava vagamente coi suoi occhi spenti, un punto del mare, dove si stendeva come una lucertola, di un colore verde smorto, la terra di Posillipo.
In quel momento torna la mamma, che era stata in città per recuperare gli occhiali. Eugenia ritorna ad essere felice ed è impaziente di scoprire il mondo e vederlo per davvero. Quando la madre le porge la confezione degli occhiali, le persone del quartiere le si avvicinano pronte ad ammirare quella "specie di insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve" che stava scintillando sotto il bagliore del sole. Eugenia non riesce a resistere, afferra gli occhiali, li infila e inizia a guardarsi intorno. Finalmente riesce a vedere i suoi genitori, i suoi vicini di casa, il quartiere dove ha vissuto per tutta la vita, la sua casa, le strade e vede per la prima volta in maniera davvero nitida la povertà, lo squallore, la miseria, la deformità, la bruttezza e lo schifo e il disgusto diventano così opprimenti che scossa e disorientata rimette in mezzo alla strada. "Ottomila lire, vive, vive!" e questa è la reazione? Occhio non vede, cuore non duole...è proprio il caso di dirlo.
Questo racconto è fortissimo e disincantato. Lo squallore è onnipresente e la miseria e la bruttezza e la cattiveria regnano sovrani e costringono i personaggi che lo popolano a piegarsi e a cercare una via di salvezza. Si rivolgono costantemente a Dio e lo pregano, sperano costantemente che Dio si decida ad attirarli verso di sé nel regno dei cieli dove le sofferenze si arrestano e dove si può fare esperienza della pace che non si è trovata in terra. Solo Dio può porre fine alle sofferenze degli uomini, incapaci di salvarsi da soli.
"[...] andò a prendere una scopa e spinse via una foglia di cavolo dalla soglia -mi domando che cosa fa Dio-"
"Dio sopra la piaga mette il sale" 
Da questo racconto è stato tratto un film nel 2001, presentato alla Biennale di Venezia dello stesso anno, e sarei curiosa di vederlo e di scoprire se il regista è riuscito a rendere giustizia ad un racconto così ben fatto, così ben scritto e costruito. Lo stile della Ortese è uno stile asciutto, descrittivo e senza fronzoli, anche nei racconti riesce a scrivere con una prosa quasi giornalistica. La sua scrittura, però, ha anche qualcosa in più. Una penna consapevole che sembra parlarci da molto lontano. Poi il libro prosegue con il secondo racconto, bellissimo, toccante e devastante.

Molti lettori si chiedono se questo libro sia il frutto del disprezzo nei confronti di Napoli o se piuttosto si tratti di un atto d'amore. Effettivamente, al termine della lettura mi sono posta la medesima domanda. Questo libro è un libro doppio anche perché è ambientato in una città che combatte costantemente contro se stessa. La culla della cultura ricca di architettura maestosa e menti brillanti che si spegne e si avvilisce e che risulta livida e malandata e che ci viene descritta minuziosamente negli odori, nelle sensazioni e in tutto il possibile immaginabile.

Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno. Qui, i barometri non segnano più nessun grado, le bussole impazziscono. Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun'altra cosa.
La disillusione, la rassegnazione, lo sgomento e il tormento vi accompagneranno pagina dopo pagina. Napoli è passata al setaccio e vista sotto una lente di ingrandimento. E nonostante tutto, nonostante "[...] questa non è una casa, signora, vedete, questo è un luogo di afflitti. Dove passate, i muri si lamentano", nonostante sembri che non ci sia soluzione al degrado e che ogni speranza sia perduta, vi assicuro che non riuscirete a provare repulsione. La scrittura della Ortese è un filtro potentissimo, è l'edulcorante che attenua il ribrezzo e la nausea di quelle descrizioni. Non sono mai stata a Napoli, dunque non posso sapere se la situazione dal dopoguerra a oggi sia cambiata o sia rimasta la stessa. Però credo che l'enorme successo di questo libro sia dato dall'abilità di rappresentazione e dalla potenza narrativa della Ortese; credo anche che gli intellettuali napoletani che hanno avuto la possibilità di leggere la prima edizione di questo libro si siano risentiti perché la prosa della Ortese è cruda e senza pietà.

"Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale."


sabato 7 giugno 2014

Lolita - Vladimir Nabokov


Ciao a tutti!
Ieri pomeriggio sono stata al mare per la prima volta quest'anno. Ovviamente ho portato un libro da leggere e oltre a quello mi sono portata dietro anche la lista dei 1001 libri da leggere prima di morire, giusto per fare una specie di resoconto (un resoconto decisamente prematuro). Però ho fatto bene perché mi sono accorta che quest'anno (per la tesi e per piacere) ho letto un buon numero di romanzi contenuti nella lista e mi sono anche resa conto che non ho ancora pubblicato le relative recensioni. Quindi: è sabato, sono a casa e voglio recuperare almeno due o tre recensioni arretrate.
Iniziamo subito con un libro controverso, un capolavoro della letteratura moderna.




La pubblicazione di Lolita da parte dell'audace casa editrice parigina Olympia provocò una vasta indignazione. La violenta passione erotica del protagonista-narratore Humbert Humbert per la dodicenne Lolita, insieme all'intensità e alla portata del suo abuso di lei, sono genuinamente scioccanti specie per una cultura tuttora seriamente preoccupata delle violenze sui minori.
Scritto con il tipico stile immacolato dell'autore, questo romanzo violento e brutale solleva affascinanti domande sul ruolo della narrativa. Si può trovare bellezza, piacere e comicità in una storia eticamente ripugnante? Si può sospendere il giudizio morale in favore dell'apprezzamento estetico di una frase finemente cesellata o di un'espressione perfettamente equilibrata? Le risposte a tali domande restano oscure, ma nel misurare sostanza e stile, nel bilanciare così delicatamente l'etico con l'estetico, Nabokov inventa un nuovo genere letterario.
Il rapimento di Lolita da parte di Humbert e la fuga negli Stati Uniti nel folle tentativo di sfuggire alle autorità rendono il romanzo un lavoro inaugurale della narrativa postmoderna come anche una sorta di proto-road movie. Humbert è un europeo vecchio stile, amante di Rimbaud e Balzac, che nel mondo lucente dell'America industriale degli anni Cinquanta è affascinato dal vistoso richiamo di Lolita, delle sue gomme da masticare e delle sue bevande. Sull'incontro tra l'età venerabile e la crassa gioventù, tra l'Europa e l'America, tra arte alta e cultura popolare si basano molti romanzi e film nati sulla scia di Lolita. Senza di esso sarebbe difficile immaginare L'incanto del lotto 49 (1966) di Pynchon o Pulp Fiction (1994) di Tarantino. Prova della sua originalità e della sua forza è il fatto che il romanzo, dopo così tante imitazioni, resti ancora inquietante, fresco e commovente. [Tratto da pagina 504-505 di "1001 libri da leggere prima di morire"]

Lolita è un capolavoro.
Ora vorrei spiegarvi a parole per quale ragione credo fermamente in questa affermazione, ma non è facile data la complessità di questo romanzo.
Partirò dicendo che Nabokov oltre ad essere un genio è anche un maestro. Questo romanzo è scritto benissimo, con una prosa sofisticata e scorrevole, la struttura del romanzo è piacevolmente costruita e i personaggi sono ben caratterizzati. Humbert Humbert è il narratore ed è anche il protagonista, è il mostro vittima di una maledizione che lo affligge da anni, è un pedofilo, è un uomo temibile e disumano.
Lolita è la sua vittima. A lettura terminata, tra le mille domande che mi sono posta, quella che riecheggiava nella mia testa era sempre la stessa: Lolita è davvero una vittima?
Il libro è scritto in modo impeccabile, leggendolo non aggiungeresti altro e non elimineresti niente, tutto quello che si trova nelle 395 pagine del romanzo sta bene dove sta. Questo fa sì che il romanzo sia di per sé un vero capolavoro. Quando poi inizi a riflettere sulla trama e, soprattutto, sui personaggi ecco che si accende la vera scintilla.

Humber Humber, accusato di omicidio, si rivolge alla giuria e si difende raccontando la storia, esattamente come l'ha vissuta, quindi dal suo punto di vista soggettivo. Adesso dirò un'eresia, ma quando ho letto la trama del romanzo ero sicura che Humbert mi avrebbe disgustata, invece, leggendo il romanzo ho apprezzato tantissimo il suo modo di essere. Credo che Humbert sia uno dei migliori personaggi della letteratura, proprio perché è vittima della vita.
Il libro inizia con l'infanzia di Humbert e con il racconto del suo primo amore. Si chiama Annabel ed è una "ragazzina adorabile":
"Tutt'a un tratto ci innamorammo, pazzamente, goffamente, spudoratamente, tormentosamente; e senza speranza, dovrei aggiungere, perché l'unico modo di placare quella mutua frenesia di possesso sarebbe stato assorbire, assimilare sino all'ultima particella lo spirito e la carne dell'altro; e invece non potevamo neanche accoppiarci come due monelli di periferia avrebbero senz'altro trovato il modo di fare. Dopo uno spericolato tentativo di incontrarci di notte nel suo giardino (ma di questo parlerò più avanti) godemmo di un'intimità limitata, fuori dal campo uditivo, ma non visivo, dei bagnanti sulla parte affollata della plage."
Questo amore è interrotto dall'evento più inaspettato e irreparabile: Annabel muore, quattro mesi dopo muore a causa del tifo. Humbert continua a vivere, ma questo evento lo segna nel profondo, è un vero e proprio shock e il suo amore perduto, rimasto sospeso e non consumato genererà in lui una vera e propria malattia mentale. Per tutta la vita, anno dopo anno, non farà altro che cercare Annabel tra la folla, senza rendersi conto che Annabel avrà per sempre dodici anni. Humbert continuerà a cercarla e si innamorerà e si ecciterà al passaggio di ogni dodicenne simile a lei.
Il tema centrale è la pedofilia. Un argomento tabù, un argomento impossibile da comprendere, disumano e rivoltante, che Nabokov riesce a descrivere in un modo così  elegante che il lettore non può che restare incredulo di fronte a queste pagine.

Poi Humbert conosce Lolita, una ragazzina di dodici anni della quale si innamora, davvero. Lui è un uomo adulto, lei ha dodici anni, ma Humbert non riesce a reprimere il suo istinto e non riesce a sottrarsi alla maledizione di Annabel. Ciò che mi aspettavo a questo punto della lettura era o una scena truce o magari grida di orrore e terrore; Lolita che si dispera e scappa dalle mani di Humbert; Lolita che cerca di nascondersi e di sfuggire dalle grinfie di un uomo orribile; disgusto e delirio. Sono rimasta a bocca aperta quando ho scoperto che sia Humbert sia Lolita sono entrambi vittime di questo gioco malato.
Humbert soffre per amore e sempre Humbert viene sfruttato e raggirato in nome dei suoi sentimenti. Lolita, dodicenne, ha già avuto esperienze che normalmente le altre ragazze vivono a diciassette-diciotto anni. Lei si accorge dell'interesse da parte di Humbert e lo stuzzica continuamente. D'altra parte, però, Humbert è un uomo di mezza età, un pedofilo che tiene prigioniera una ragazzina molto giovane con la quale intrattiene una relazione sessuale. Non le permette di affezionarsi a nessuno; è costantemente geloso e lo è  in un modo così morboso da spingerlo a decidere di tenerla rinchiusa e nascosta dal mondo.
Poi scappano insieme e iniziano a vivere una vita clandestina e senza dimora, una vita fuori dalle leggi sociali e fuori dalle regole umane, fino a quando Lolita deciderà di abbandonarlo.

Pur essendo un romanzo scandaloso, visti i temi trattati, in questo libro non sono presenti né parole né descrizioni oscene e rivoltanti. Tutta la storia è raccontata con uno stile alto ed elegante, sono presenti continue allusioni, probabilmente con l'intento di azionare l'immaginazione del lettore senza dover esplicitare alcunché.
Nabokov è geniale e questo romanzo è un capolavoro.

Dopo trentasei anni, rileggo Lolita di Vladimir Nabokov...Trentasei anni sono moltissimi per un libro. Ma Lolita ha, come allora, un'abbagliante grandezza. Che respiro. Che forza romanzesca. Che potere verbale. Che scintillante alterigia. Che gioco sovrano. Come accade sempre ai grandi libri, Lolita si è spostato nel mio ricordo. Non mi ero accorto che possedesse una così straordinaria suggestione mitica {Pietro Citati}
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venerdì 6 giugno 2014

LIBRERIAMO - I 10 adolescenti più irritanti della letteratura



Bella Swan pensa solo a se stessa, Amy March è una piccola viziata, Il giovane Holden si lamenta in continuazione. E la lista potrebbe andare avanti ancora per molto. Loro sono gli adolescenti della letteratura che hanno irritato molti lettori. Che ne pensate?
MILANO - Non c'è niente da fare. I personaggi dei libri o li si ama o li si odia. E spesso, sono proprio loro la causa dell'insuccesso di un libro, oppure del suo straordinario successo. Ci sono libri che hanno troppi personaggi che ci confondono, altri che ne hanno solo uno, troppo noioso. Insomma, ad ognuno il suo. Ma vi è mai capitato di leggere un libro, bellissimo, ma detestare il suo personaggio principale? Magari non sempre, ma qualche scena che vi ha fatto storcere il naso? Be', l'Huffington Post, ha stilato una classifica dei 10 personaggi più irritanti della letteratura. Sono prevalentemente i giovani adolescenti che hanno fatto grande la storia di cui sono protagonisti, come Harry Potter o Twilight. Che ne pensate voi? Avete il vostro personaggio 'irritante'?

martedì 3 giugno 2014

Uomini e topi - John Steinbeck


Ciao a tutti,
prosegue l'enorme, gigantesca, spropositata, esorbitante, mastodontica, immane, immensa, imponente sfida del 1001 libri da leggere prima di morire.
Piano piano, con costanza e forza di volontà si fa tutto, così eccomi qui a raccontarvi di questo libro consigliato a pagina 393, nella sezione Novecento.

Ho deciso di acquistarlo al Salone Internazionale del libro di Torino perché, durante il viaggio per raggiungere il Lingotto, sono rimasta folgorata dal modo in cui ne ha parlato Fernanda Pivano nel suo "Libero chi legge".
Dunque, quando l'ho visto allo stand della Bompiani, in questa nuova edizione con le pagine smussate agli angoli ho deciso di prenderlo. Purtroppo non c'erano sconti, ma comunque il prezzo è abbordabile dato che costa 9€.





Il titolo del romanzo forse più conosciuto di John Steinbeck fa riferimento a un verso della poesia di Robert Burns A un topo, limitandosi ad accennare la tragedia della storia. Il racconto ruota intorno a George e Lennie, due lavoratori migratori scesi dal pullman a parecchi chilometri di distanza dal ranch californiano in cui lavorano. George è un uomo minuto e brillante dai tratti scuri, Lennie è un gigante informe, mentalmente subnormale e profondamente devoto a George, a cui si affida per ricevere protezione e guida. Accampata all'aperto per la notte, questa coppia improbabile condivide il sogno di aprire una fattoria. Tornati al ranch i due incontrano Slim, un mulattiere che ammira la loro amicizia, regala a Lennie uno dei suoi cuccioli e convince i due a includerlo nel loro sogno di comprare un pezzo di terra e sistemarsi. Le speranza dei protagonisti si infrangono però quando Lennie uccide per sbagli il cucciolo e, senza volerlo, spezza il collo a una donna al ranch. Sfuggito all'orribile morte per mano di una folla impazzita, Lennie incontra George il quale, prima di piantargli un proiettile in testa, gli racconta la storia della vita idilliaca che faranno. Quando la folla arriva, Slim capisce che George ha ucciso l'altro per pietà e lo porta via. Questa è una storia di fratellanza e della dura realtà di un mondo che si rifiuta di accettare l'idealizzazione di legami affettivi tra gli uomini. Il rapporto unico di George e Lennie si avvicina a quell'ideale, ma è frainteso dal resto del mondo che non riesce a capire la vera amicizia, mette entrambi in pericolo e ne sfrutta la debolezza ogni volta che può. Forse, però, la vera tragedia risiede nella descrizione della morte del grande sogno americano smascherandolo per quello che è: soltanto un sogno. [Tratto da pagina 393 di "1001 libri da leggere prima di morire"]

Un libro davvero breve, 126 pagine scorrevoli e coinvolgenti. Fernanda Pivano ci svela che questo libro è stato tradotto in Italia per la prima da Cesare Pavese nel 1942 e che John Steinbeck credeva di aver scritto un libro per bambini:
"Voglio ricreare un mondo infantile, non di fate e di giganti ma di colori più chiari di quanto lo siano per gli adulti, di sapori più acuti e degli strani sensi di angoscia che a momenti sopraffanno i bambini. Bisogna essere molto onesti e molto umili per scrivere per i bambini."
Il risultato è un romanzo scorrevole perché in esso sono stati creati scenari ben descritti e perché in esso è stata utilizzata la lingua nella sua forma più semplice e comprensibile. E anche se Steinbeck considera questo romanzo come un "esperimento non riuscito", la realtà dei fatti è che il libro è perfetto esattamente così come lo leggiamo. I dialoghi sono onnipresenti e gli scambi tra i personaggi sono intelligenti e a volte ironici, un'ironia leggermente disincantata, quasi una rassegnazione, una preannunciazione della fine drammatica che attende.
Lennie, il gigante con il cuore e la mente di un bambino è uno dei personaggio più inquietanti di cui abbia mai letto. Uccide e distrugge con le sue enormi mani senza accorgersene, senza rendersene conto. La pazienza di George, invece, è una pentola a pressione pronta ad esplodere. Questa tensione narrativa si percepisce sin dalle primissime pagine e arriva fino al termine di un libro breve ma davvero intenso.

Si tratta di un romanzo che mi sarebbe piaciuto leggere a scuola. Sicuramente lo consiglierei ai più giovani per comprendere il potere della scrittura e per avere un po' più di consapevolezza. Ma sento di consigliarlo anche agli adulti, perché pur essendo un romanzo leggero e scorrevole è davvero denso di significati, di emozioni e di situazioni che inducono ansia in chi legge.
Se non vi ho ancora convinto, se non vi fidate del mio parere, pensate che questo libro è entrato a far parte del novero dei 1001 libri da leggere prima di morire e che è uno dei romanzi preferiti dalla grande Fernanda Pivano!

Inoltre, in fondo al libro è presente un elenco dei personaggi con delle descrizioni fisiche e psicologiche abbastanza essenziali, ma comunque utilissime, soprattutto per chi come me a distanza di settimane dalla lettura tende a confondere i nomi dei protagonisti.

PS: Ora devo recuperare FURORE. Quando terminerà il mio periodo astinenza da acquisti libreschi ci farò un pensierino.

Lo avete letto? Cosa ne pensate?


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Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron

Ciao a tutti amici lettori,
oggi è il 3 Giugno e io devo ancora pubblicare le recensioni degli ultimi tre libri letti a Maggio. La settimana appena trascorsa, purtroppo, è stata una delle più brutte della mia vita...per cui il tempo per scrivere e leggere si è un po' ridotto.
Ma oggi è caldissimo, fuori c'è il sole e l'idea che tra poco inizierò ad andare in spiaggia mi rende così felice che mi è venuta voglia di recuperare il tempo perso e scrivere.
Procedendo in ordine cronologico, il libro che ho letto subito dopo aver terminato Stoner è stato Un giorno questo dolore ti sarà utile.



Cameron disegna un mirabile affresco di un mondo, il nostro, incapace di prendersi cura di se stesso, alla rincorsa di cose futili e banali. Lo fa attraverso una prosa densa come fosse verseggiata, con dialoghi perfetti e un personaggio che resterà nella memoria. Un libro bellissimo, già dal titolo e fino all'ultima pagina. [Valeria Parrella]

Ho deciso di leggere questo libro per un motivo semplice: terminato Stoner ( che mi è piaciuto tantissimo!) ho letto la postfazione di Peter Cameron e il suo modo di scrivere mi è piaciuto subito. Siccome mi trovavo in quella spiacevole condizione familiare a molti lettori per la quale dopo aver letto un libro bellissimo si ha sempre paura di iniziarne un altro, perché difficilmente questo potrà reggere il confronto con quello appena terminato; ho pensato che sarebbe stato logico iniziare un romanzo di Cameron, dato che Cameron ha scritto la postfazione di Stoner. Sto delirando (?)

Comunque, la copertina e il titolo mi hanno sempre intrigata. Da quando ho scoperto l'esistenza di questo romanzo ho sentito il bisogno di acquistarlo, ma puntualmente rimandavo e rimandavo e rimandavo. L'11 Maggio, come ormai saprete tutti, ero al Salone Internazionale del Libro di Torino e allo stand del libraccio l'ho trovato a 5 € e in ottime condizioni. Così l'ho preso, questa volta senza pensarci troppo.

Le 206 pagine di questo libro sono, in realtà, le pagine del diario del protagonista. E' la storia di James, o meglio, è la storia di una piccola porzione del suo vissuto, che inizia precisamente Giovedì 24 Luglio 2003 e termina l'Ottobre successivo. Si tratta del periodo estivo che precede un grande cambiamento nella sua vita, dal momento che dopo essersi abituato alla sua scuola e alla sua città è costretto ad andarsene e iniziare un percorso nuovo, entrare a far parte di una nuova realtà collettiva: l'Università. James è un ragazzo instabile e insicuro; non ama affatto il contatto con le persone (soprattutto se sono sconosciuti e soprattutto se hanno la sua stessa età) ed è circondato da persone altrettanto instabili.
- La madre di James si è sposata diverse volte e, quando iniziamo la lettura, la scopriamo di ritorno dall'ennesima luna di miele fallita (il nuovo marito, conosciuto solo 6 mesi prima, le ha rubato la carta di credito e ha sperperato più di tremila dollari in gioco d'azzardo). Dopo una giornata di depressione ritorna a lavoro nella sua galleria d'arte, dove James lavora nei tre mesi estivi.
- Il padre di James è un uomo ricco per cui l'importanza è l'apparenza e nient'altro. I soldi, i ritocchi chirurgici estetici e il lavoro; non c'è spazio per la famiglia o per l'amore nei confronti di un figlio. Infatti, quando lo incontriamo la prima volta nel libro ci viene mostrato come un uomo disattento, incurante ed egocentrico. Preoccupato soltanto degli orientamenti sessuali del figlio, incapace di ascoltare tutto il resto.
- La sorella di James, innamorata di un uomo sposato che è anche il suo professore di Linguistica all'università (con questo signore, padre di due bambini, ha una storia d'amore dichiarata).
- Il cane Mirò, un cane che non sa di essere un cane e pensa di essere un uomo.

Questa è la famiglia di James. Una famiglia distrutta e completamente avulsa da qualsivoglia forma di dialogo o confronto. James non vuole andare all'università. Chiede ai suoi genitori di donargli i soldi che spenderebbero per l'università per comprare una casa nel Midwest dover poter abitare da solo, leggere e prodursi in lavori manuali. L'università è per lui una totale perdita di tempo ed è anche terrorizzato dal dover vivere a contatto con i suoi coetanei. Così i genitori decidono di mandarlo da una psichiatra, perché invece di ascoltare i desideri di un figlio, invece di capire i sogni di quest'ultimo, è preferibile considerarlo pazzo e mandarlo in terapia, giusto? I genitori di James combattono soltanto per salvare l'apparenza, e non si adoperano affatto per stare vicino ad un figlio in crisi, con evidenti difficoltà.
In queste 206 pagine ci vengono raccontate le vicende di quell'estate, i pensieri e le parole spese in un momento di crisi interiore da parte di un giovane diciassettenne solo e abbandonato a se stesso. Nanette, la nonna, è l'unica persona capace di amarlo e di dimostrare con i fatti l'amore che prova nei confronti del nipote, infatti James la raggiunge spesso per parlare e per prendere una boccata d'ossigeno dalla sua vita di tutti i giorni.

Inizialmente il libro mi ha catturata molto. Provo sempre una forte attrazione nei personaggi insoliti, disadattati e solitari; ma anche nei confronti dei personaggi non proprio stabili ( i pazzi psicotici, psicopatici, ossessivo-compulsivi sono i miei preferiti da sempre). James mi ha intrigata sin da subito, ma poi, proseguendo con la lettura, ho iniziato ad annoiarmi. Il libro è scritto bene, questo sì, ma la storia si appiattisce e l'attenzione diminuisce pagina dopo pagina. Inoltre, i personaggi sono abbastanza stereotipati e questo fa sì che durante l'evolversi degli eventi le loro azioni\reazioni siano prevedibili. James, dal canto suo, non riesce a migliorarsi, a crescere e non riesce ad evitare le situazioni spiacevoli. C'è chi ha avuto l'ardire di paragonarlo a Holden. Non mi esprimo su questo punto, perché non ha senso perdere tempo.
E' un romanzo che per qualche motivo non funziona. E mi dispiace perché avevo delle altissime aspettative e invece si è rivelato una quasi delusione.

PS: Ciò che più mi ha infastidito è la poca coerenza di James. Non parlo dell'incoerenza delle sue azioni, che sarebbe prevedibile dal momento che è un ragazzo di diciassette anni con problemi evidenti; quando parlo di incoerenza mi riferisco alla costruzione del personaggio. James ha 17 anni e non sembra avere 17 anni. Nel modo di parlare, nel modo di pensare e nel modo di agire non sembra affatto un adolescente, sembra un uomo adulto e deluso; un uomo che ha perso ogni barlume di speranza e di spensieratezza. Sembra un uomo che ha tutte le risposte pronte, nessun dubbio, nessuna incertezza tipica di un diciassettenne. Perché anche il dubbio dell'Università non è un vero dubbio: James è convinto di non volersi iscrivere e ha già stabilito anche come dovrà essere la sua vita. Non so se è chiaro quello che sto dicendo, ma mi ha infastidita perché Cameron non è stato attento ai dettagli, ecco.

PPS: Se vi state chiedendo da dove nasce il titolo, che poi è una delle cose che più mi ispirava nel romanzo, ve lo spiego subito. L'estate in cui i genitori di James divorziano decidono di spedire i due figli "fuori dai piedi": Gillian, che ai tempi aveva quindici anni, è stata inviata in Europa con la famiglia della sua amica Hilary mentre James è stato "esiliato" al Camp Zephyr, che si spacciava come scuola di vela e che in realtà era un istituto di preparazione per le accademie militari dove si cerca di raddrizzare gli adolescenti gravemente problematici "grazie alle meraviglie del lavoro manuale e della natura". Sii forte e paziente; un giorno questo dolore ti sarà utile è il motto del campo. Ecco.