martedì 29 luglio 2014

La caduta - Albert Camus


Inizia una nuova sfida!
Dopo essermi laureata in Lettere moderne lo scorso aprile, sono finalmente pronta per approfondire gli studi. Qualche settimana prima di laurearmi, giuro, mi ero imposta di trascorrere i successivi sei mesi leggendo, scrivendo e facendo la bella vita. Volevo assaporare tutta la libertà che per anni interi avevo agognato, giorno dopo giorno. Volevo godermi l'agenda vuota e senza impegni, volevo svegliarmi la mattina e fare ciò che mi andava di fare. Vi assicuro che per un periodo è stato così, un periodo piuttosto breve, ma c'è stato! Ho guardato centinaia di film; ho letto quanti più libri ho potuto; ho iniziato e completato due serie televisive; sono uscita; ho fatto shopping; mi sono divertita...ed era ancora giugno. Soltanto giugno. GIUGNO!

"L'ho capito molto presto. Un tempo, non avevo sulle labbra che libertà. Per colazione la spalmavo sui crostini, tutto il giorno la masticavo, portavo fra la gente un alito deliziosamente fresco e profumato di libertà. Assestavo questa parola maiuscola a chiunque mi contraddiceva, l'avevo messa a servizio dei miei desideri e della mia potenza. A letto, la mormoravo all'orecchio addormentato delle mie compagne e mi aiutava a piantarle. La insinuavo...Via, mi eccito e perdo misura. In fin dei conti, m'è capitato di fare un uso disinteressato della libertà, pensi come ero ingenuo, un paio di volte l'ho anche difesa: certo non mi sono spinto fino a morire per essa, ma ho pur corso qualche rischio. Bisogna perdonarmi quelle impudenze, non sapevo quel che facevo. Non sapevo che la libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Solo un'aula tetra, solo una pedana al cospetto dei giudici, e solo a decidere, di fronte a se stessi o al giudizio altrui. Alla fine di ogni atto di libertà, c'è una sentenza; per questo la libertà pesa troppo, specie quando si ha la febbre, o si è inquieti, o non si ama nessuno." [pagina 74]

Due mesi e mezzo di dolce far niente e poi? Poi la Martina che per un attimo avevo sperato di accantonare è emersa e sbracciando e sgomitando si è fatta largo nella mia mente e mi ha rimproverato. Perché la verità, amici, è questa: non riesco proprio a stare con le mani in mano. Camus ne "La caduta" dice che quando le persone si annoiano cercano in tutti i modi di complicarsi la vita e forse mentre scrive pensa a me. Tutta questa libertà mi stava stretta. Sono una ragazza troppo organizzata, non riesco a concedermi il lusso di non avere impegni! Così ho fatto molti colloqui di lavoro, ho cercato corsi specialistici, corsi pratici, corsi di qualsiasi genere e finalmente ho trovato un master estivo molto interessante. Ho sostenuto l'esame e l'ho superato rientrando nella rosa dei 13 fortunati possibili partecipanti. Ho vinto anche una borsa di studio, che non fa mai male. Ma non finisce qui! Ho contattato tutti i professori delle materie del primo semestre della specialistica e mi sono fatta inviare i programmi completi. Ho anche iniziato a studiare! Cosa ci posso fare?Mi piace avere degli impegni, mi piace dover rispettare delle scadenze, purtroppo o per fortuna sono fatta così.

E dunque veniamo a noi. Nel programma di uno dei quattro esami che dovrò sostenere a Gennaio sono presenti due libri di Albert Camus e stamattina mi sono svegliata abbastanza presto per poterne leggere uno. Ho scelto di iniziare da "La caduta".

TRAMA: Clamence, un brillante avvocato parigino, abbandona improvvisamente la sua carriera e sceglie come quartier generale un locale d'infimo ordine, il Mexico-City, ad Amsterdam. Presa coscienza dell'insincerità e della doppiezza che caratterizza la sua vita, Clamence decide di redimersi confessando e incitando (per sincerità, per virtù, per il gusto della dialettica) gli occasionali avventori della taverna portuale a confessare la loro "cattiva coscienza". Ma non bisogna lasciarsi ingannare: Clamence non si redime. L'eroe di Camus secondo le sue stesse parole "percorre una carriera di falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne."

Mi aspettavo una lettura diversa. Inizio subito con il dire che non mi ha entusiasmato, anzi, ho trovato che questo libro a tratti sia davvero noioso. Albert Camus crea una cornice straniante e si serve del monologo del protagonista affinché questa aurea di straniamento pervada l'intero libro. Ci sono dei momenti, dei pensieri e dei passi folgoranti, nonostante la vicenda nel suo complesso sia piuttosto statica e ripetitiva. Durante le ottantadue pagine, Clamence parla e parla e parla con un povero malcapitato al quale non viene riservata nemmeno una battuta all'interno della narrazione. Un dialogo a una voce, quasi un delirio o forse una confessione. Clamence confessa ad un ignoto sconosciuto cosa lo ha spinto a cambiare rotta nella sua vita. Inizia descrivendo se stesso, il suo vecchio lavoro di avvocato affermato e ricco per poi giungere alla caduta, l'evento tragico che gli ha spezzato la coscienza.

Ero felice di camminare, un po' intorpidito, fisicamente calmo, col corpo irrigato da un sangue lento come la pioggia che cadeva. Sul ponte passai dietro ad una forma china sul parapetto, sembrava che guardasse il fiume. Più da vicino, distinsi una giovane donna esile, vestita di nero. Fra i capelli scuri e il colletto del mantello, si vedeva soltanto una nuca, fresca e umida, a cui non fui insensibile. Ma, dopo un attimo di esitazione, continuai per la mia strada. In capo al ponte, presi il lungo Senna in direzione Saint-Michel, dove abitavo. Avevo già percorso una cinquantina di metri, quando sentii il tonfo che, malgrado la lontananza, mi parve tremendo nel silenzio notturno, di un corpo che cade in acqua. Quasi subito sentii un grido, ripetuto parecchie volte, che scendeva il fiume; poi si spense bruscamente. Il silenzio che seguì, nella notte tutt'a un tratto rappresa, mi parve interminabile. Volli correre, e non mi mossi. Tremavo, credo, per il freddo e per l'oppressione. Dicevo fra me che bisognava affrettarsi, e mi sentivo il corpo invaso da una debolezza irresistibile. Ho dimenticato che cosa pensassi. "Troppo tardi, troppo lontano..." o qualcosa di simile. Ascoltavo, sempre immobile. Poi, a piccoli passi, sotto la pioggia, mi allontanai. Non avvertii nessuno.
La morte di questa sconosciuta lo trascina in un vortice di ripensamenti. Ripensa alla sua vita; alla sua condotta; al modo con il quale ha stretto legami con le persone; alle occasioni che ha perso; alle donne che ha ferito. La morte gli apre gli occhi. Allora scappa, si trasferisce ad Amsterdam e diventa Giudice, diventa anche Papa e confessore. La febbre lo piega, la sofferenza e la solitudine lo pervadono. E continua a raccontare imperterrito le sue vicende al mite ascoltatore senza volto. Io, io, io, solo e soltanto Clamence figura nel monologo. Eppure non riesce a salvarsi, il protagonista è imprigionato in questo groviglio di vita e non riesce a trovare il bandolo della matassa.

"Fanciulla, gettati di nuovo in acqua perché io abbia una seconda volta la possibilità di salvare entrambi!" Una seconda volta, eh, che imprudenza! Supponga, caro avvocato, che ci prendiamo in parola? Bisognerebbe decidersi. Brr...! l'acqua è così fredda! Ma rassicuriamoci! Adesso è troppo tardi, e sarà sempre troppo tardi, per fortuna!
Clamence non riesce a liberarsi dal senso di colpa, a volte se ne dimentica e forse parlare e parlare con gli sconosciuti funge da unico scudo capace di schermarlo dai ricordi più torbidi e più duri da digerire. Ciò che manca a Clamence è la volontà di redimersi e l'incapacità di dare l'ennesima svolta alla propria vita.
Un romanzo scritto egregiamente, anche se non questa lettura non è stata in grado di convincermi fino in fondo. I temi trattati sono tra i più disparati, eppure, a tratti, il libro è in grado di annoiare il lettore (per lo meno con me c'è riuscito).
Spero che con "Lo straniero" andrà meglio e dato che il Professore venera tanto questo libro spero non sarà uno degli argomenti principali del mio futuro esame.

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giovedì 24 luglio 2014

Ragazze di campagna - Edna O'Brien


Stanche delle privazioni e delle angherie subite nel collegio religioso dove sono state mandate, Caithleen, la narratrice, e Baba, la sua migliore amica, scrivono una lettera oscena su una delle suore e la lasciano dove sanno che verrà trovata. Immediatamente espulse, devono fare i conti con l'ira del padre di Caithleen, che colpisce la figlia in pieno viso. Il primo romanzo di Edna O'Brien descrive la vita di ragazze che crescono all'ombra di una famiglia patriarcale e della Chiesa, i due poteri dominanti della contea del Clare, in Irlanda, dove è ambientata gran parte della narrazione. Il carattere irriverente ed edonistico delle protagoniste si scontra senza possibilità di riconciliazione con le limitazioni claustrofobiche di quel mondo, descritto efficacemente nel romanzo, e la loro partenza per Dublino è inevitabile. In Ragazze di campagna, l'autrice cela abilmente la propria consapevolezza dei problemi discussi per mettere in primo piano l'impulsività e la spontaneità della narratrice, la cui voce è fatta di più impressioni che di riflessioni, incentrata su gioie e dolori quotidiani: la zuppa nauseante del convento, la piacevole lettura di Tenera è la notte, il vestirsi bene per andare in città. Diversamente da Baba, Caithleen fa sogni romantici, non ultimo quello associato al freddo "Mr. Gentleman" che la corteggia nel Clare e prova a sedurla dopo l'arrivo nella capitale. Deve ancora scoprire che cercare la felicità attraverso l'amore, il sesso e gli uomini, non significa necessariamente trovarla. [Tratto da pagina 550 di "1001 libri da leggere prima di morire"]


Questa mattina mi sono svegliata con la voglia di leggere un libro nuovo. La mia lista dei libri ancora da leggere è aumentata notevolmente e per questo, prima di produrmi in nuovi acquisti compulsivi, ho deciso che sarebbe meglio per me, per il mio portafoglio e per la mia libreria pericolante iniziare a smaltire almeno alcuni dei libri accumulati.
"Ragazze di campagna" è stato un acquisto impulsivo. Era tra gli scaffali della libreria dell'usato presso la quale acquisto di solito e costava solo 4 euro. Mentre sfogliavo i 1001 libri da leggere prima di morire e mentre ero insicura se imbarcarmi o no in questa impresa, mi sono accorta che due dei romanzi scritti dalla O'Brien facevano parte della lista e tra questi due compariva inoltre il romanzo in mio possesso.
Insomma ho deciso di leggerlo per proseguire il progetto e per leggere qualcosa di breve.

Alle 9 di questa mattina ero a pagina 1 e dopo qualche pausa per bisogni fisiologici, facebook e instagram alle 13 ero a pagina 250 e il libro era finito. L'explicit mi ha lasciata perplessa e sono subito andata a fare delle ricerche per conoscere meglio autrice e libro. Ho scoperto che questo romanzo è l'esordio di Edna O'Brien e che alla sua pubblicazione degli Anni '60 suscitò reazioni di sdegno tra i lettori tanto che molte delle copie in circolazione vennero bruciate addirittura sul sagrato delle chiese. Cosa ci sarà di così scandaloso? Per la prima volta, o quasi, una scrittrice donna si preoccupava di mettere a nudo i pensieri delle donne. Sinceramente e in maniera esplicita Edna O'Brien affronta tematiche davvero ostiche ai puritani, infatti racconta di una nuova generazione di donne che rivendicava il diritto di poter vivere e parlare liberamente della propria sessualità, ma in una veste letteraria molto sobria e elegante (siamo lontani anni luce dalle celebri sfumature, badate bene).

Un romanzo molto interessante e non fatevi scoraggiare dall'ultima pagina. Se la fine è così sospesa e strozzata è soltanto perché questo è il romanzo di apertura di una trilogia composta da:

  1. Ragazze di campagna
  2. La ragazza dagli occhi verdi
  3. Ragazze nella felicità coniugale
Scritto davvero bene, attuale e scorrevole, ciò che più mi ha colpito è il fatto che nell'amicizia tra le due protagoniste Caithleen e Baba ho rivisto molto del rapporto che c'è tra Lila e Lenù nella trilogia de L'amica geniale di Elena Ferrante (#TeamLoveElena). Le due ragazze sono in continua competizione, nel bene e nel male, eppure non riescono a fare a meno l'una dell'altra. C'è questo rapporto di amore e odio, questo amore molesto che le lega indissolubilmente. La differenza principale tra Lila e Baba è che Lila ogni tanto dimostra affetto nei confronti di Lenù mentre Baba è ciò che con un epiteto non troppo gentile posso senz'altro definire lurida carogna. E' una ragazzina veramente terribile e ingestibile, cattiva, smorfiosa e viziata. Non mi spiego per quale ragione Caithleen le sia così legata e come possa farsi manipolare sì tanto. Questo attaccamento morboso è affascinante anche se nel libro non viene approfondito (questa è l'unica pecca). Per il resto è un romanzo da leggere tutto d'un fiato e non vedo l'ora di proseguire la trilogia, chissà, forse fra qualche milione di anni acquisterò anche gli altri due volumi...per ora vado a risparmio.

Avete letto questo libro? Lasciatemi la vostra opinione qua sotto, se vi va!



-995

Gli altri libri che ho letto e recensito e che fanno parte di questa sfida potete trovarli ai link:
-1000: Il Profumo - Patrick Suskind
-999: L'uomo che cade - Don DeLillo
-998: I tre moschettieri - Alexandre Dumas
-997: Uomini e topi - John Steinbeck
-996: Lolita - Vladimir Nabokov


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mercoledì 23 luglio 2014

Le mille luci di New York - Jay McInerney



TRAMA: "Folgorante libro d'esordio, scritto quando McInerney aveva ventinove anni, diventato in breve uno dei più acclamati best seller d'America. La storia è di quelle che non si dimenticano; la scrittura, concitata e imprevedibile, colpisce fin dalle prime battute. Il protagonista, che lavora presso la rivista chic di New York, al Reparto Verifica dei Fatti, è "andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca", nell'intento di saggiare i propri limiti, ma il mondo riluttante dei locali alla moda e dei personaggi di successo che frequenta durante le sue peregrinazioni notturne è incompatibile con la routine quotidiana. La "vita spericolata" non si concilia con il lavoro che inchioda alla scrivania dalla mattina alla sera. Il suo "capo", una donna severa come una maestra elementare d'altri tempi, non è disposta ad accettare debolezze ed errori. Il nostro eroe, che ormai non può più fare a meno di uno stick di Vicks inalante per aprirsi un varco tra i mucchi di "neve" indurita che gli ostruiscono le narici, e di un paio di occhiali scuri per difendere gli occhi incapaci di affrontare la luce del giorno, viene licenziato, senza preavviso. Ma anche la vita privata non va meglio: la moglie, una ex ragazza di provincia, diventa poi una modella di successo, lo scarica da un giorno all'altro senza troppe spiegazioni. Ma questo comportamento ha ragioni profonde, le cui radici si ritrovano nell'infanzia e in complicati rapporti familiari, Quando l'autore affronta questa parte della storia dà il meglio di se stesso, scavando anche nella propria biografia, e la scrittura diventa commovente ma priva di sbavature sentimentali."

Non riesco a capacitarmi di cosa sia cambiato. Anni fa mi capitava spesso di prendere delle cantonate per cui, ogni dieci libri, almeno un libro brutto saltava fuori, sempre. Questo 2014 mi sta andando proprio bene, non faccio altro che acquistare e leggere romanzi bellissimi e "Le mille luci di New York" è uno di questi.
Ho deciso di prendere questo libro al Salone Internazionale del libro di Torino sotto consiglio della grande Fernanda Pivano. L'ho tenuto da parte per due mesi esatti e poi ho deciso di leggerlo, finalmente.
"Le mille luci di New York" mi ha accompagnato in un pomeriggio inquietantemente sereno, non una nuvola, solo blu ovunque sia nell'acqua del mare sia nel cielo. Ripensandoci, probabilmente la location e la lettura non erano del tutto abbinate, eppure il connubio si è rivelato vincente: nella calma totale di una spiaggia libera e senza vita ho trovato la concentrazione adatta a iniziare, leggere e finire questo romanzo.

"Come hai fatto ad andare in rovina?"
chiese Bill.
"In due modi," rispose Mike, "gradata-
mentre prima, e poi di colpo."

Jay McInerney decide di inserire questo passo tratto da Fiesta di Hemingway e credo non avrebbe potuto fare altrimenti dato che l'essenza del suo romanzo è tutta qui. Il protagonista, pagina dopo pagina, viene risucchiato dalle sabbie mobili della vita che lo espropriano di tutto: salute, amore, lavoro e giovinezza. Ma pur essendo vittima degli eventi; pur essendo un drogato cocainomane; pur avendo alle spalle un matrimonio fallito senza un motivo realmente valido; pur avendo un lavoro totalmente inadeguato leggendo le disavventure di costui nemmeno una volta ho pensato "Gesù, che depressione!". McInerney ci offre una storia potenzialmente tragica e ce la fa vedere sotto una lente piuttosto ironica e a tratti, azzarderei, anche divertente.
Quando il libro inizia ecco che l'incipit si rivela come qualcosa di così formidabile che sarebbe un reato non condividerlo con il mondo:

"Tu non sei esattamente il tipo di persona che ci si aspetterebbe di trovare in un posto come questo a quest'ora del mattino. E invece eccoti qua, e non puoi certo dire che il terreno ti sia del tutto sconosciuto, anche se i particolari sono confusi. Sei in un nightclub e stai parlando con una ragazza rapata a zero. Il locale è lo Heartbreak oppure il Lizard Lounge. Tutto diventerebbe più chiaro se potessi fare un salto in bagno a sniffare una bella riga di Tiramisù Boliviano. Una vocina dentro di te insiste che questa epidemica mancanza di chiarezza è già il risultato di un eccesso di biancolina. La notte ha ormai girato quell'impercettibile chiavetta con cui si passa dalle due alle sei del mattino. Tu sai benissimo che il momento è arrivato e passato, ma non sei ancora disposto ad ammettere di aver superato il limite oltre il quale tutto è effetto collaterale gratuito e paralisi di terminazioni nervose. A un certo punto avresti potuto decidere di fermarti, ma sei andato oltre su una coda di cometa di polvere bianca, e adesso stai cercando disperatamente di cavalcarla. In questo momento il tuo cervello è uno schieramento di soldatini boliviani. Sono stanchi e infangati per la lunga marcia attraverso la notte. hanno i buchi nelle scarpe, hanno fame. Hanno bisogno di sostentamento, di un po' di Tiramisù nazionale." [...]
 Leggere le prime righe del romanzo mi ha convinta che era arrivato il suo turno, vi state chiedendo perché? Ve lo spiego subito: il romanzo inizia con una parola chiave, il romanzo inizia con "tu". Questo presuppone che il narratore e il protagonista siano due persone distinte e implica anche che il narratore non si sta preoccupando di raccontare qualcosa successo giorni, settimane o mesi prima; il narratore sta guardando la storia in divenire, dunque ci è seduto a fianco mentre leggiamo e ci accompagna nella lettura e ci aiuta a analizzare le pagine del racconto. Chi è questo narratore? E' McInerney? E' un personaggio che prende parte alla storia? La narrazione in seconda persona mi attrae e mi sconvolge ogni volta.

 Molti si lamentano che il libro sia piuttosto superficiale e che non sia in grado di approfondire determinati nuclei tematici. Probabilmente detti molti lettori hanno ragione, ma il libro è scritto così bene che è un piacere sfogliare queste pagine. Non è un caso che McInerney sia un "discepolo" di Carver, la grandezza di questi scrittori sta nel non raccontare quasi niente eppure raccontare quel niente nel miglior modo possibile. Trovo sia affascinante e sfido tutti, nessuno escluso, a scrivere così.

Inoltre la trama e il personaggio principale mi sono entrati nel cuore. L'ultimo capitolo o per meglio dire la scena finale mi ha spezzato il cuore, letteralmente. Dopo tutte le vicissitudini affrontate dopo l'ennesima scorribanda notturna, il protagonista si trova di fronte a dei camioncini dove viene caricato del pane appena sfornato, ne chiede un poco al panettiere, "un uomo dagli avambracci tatuati", e quando questo gliene lancia un sacco lui si inginocchia ad annusarne il profumo "Ti vengono le lacrime agli occhi, e provi una tale sensazione di tenerezza e pietà che sei costretto ad attaccarti a un lampione". "Ti inginocchi e apri il sacco con uno strappo. Il profumo del pane fresco ti avvolge tutto. Il primo boccone ti si ferma in gola e ti fa quasi vomitare. Dovrai cercare di andar piano. Dovrai imparare tutto daccapo".

Anche nelle situazioni più atroci c'è speranza e nonostante la dissoluzione e le difficoltà, durante la lettura di questo romanzo non siamo spinti verso uno stato di depressione, bensì di speranza. Si può ricominciare in ogni momento, basta trovare la forza di volontà per cambiare la propria vita. Chissà se il protagonista c'è riuscito.



"Le mille luci di New York" di Jay McInerney
Casa Editrice: Bompiani
Pagine: 152
Prezzo di copertina: 9 euro
codice ISBN: 978845243677

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venerdì 11 luglio 2014

Mandami tanta vita - Paolo Di Paolo


"Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo. Edito Feltrinelli, 
158 pagine, 13 euro, ISBN 9788807019425


Ciao a tutti,
eccomi tornata con una nuova recensione. Mi sto buttando anima e corpo in un progetto di cui vi parlerò tra qualche giorno, ma sono riuscita a ritagliarmi un po' di tempo per qualche lettura breve e interessante.Sono stata male, giorni fa ho passato un pomeriggio d'inferno e una notte insonne e la mia mami, per tirarmi su il morale, ha imparato che un libro funziona quasi sempre. Così mi ha regalato "Mandami tanta vita" di Paolo Di Paolo. Un libro presente nella mia wishlist da quando l'ho visto un anno fa tra i candidati al Premio Strega.






TRAMA: Moraldo, arrivato a Torino per una sessione d'esami, scopre di avere scambiato la sua valigia con quella di uno sconosciuto. Mentre fatica sui testi di filosofia e disegna caricature, coltiva la sua ammirazione per un coetaneo di nome Piero. Alto, magro, occhiali da miope, a soli ventiquattro anni Piero ha già fondato riviste, una casa editrice, e combatte con lucidità la deriva autoritaria del paese. Sono i giorni  di carnevale del 1926, Moraldo spia Piero, vorrebbe incontrarlo, imitarlo, farselo amico, ma ogni tentativo fallisce. Nel frattempo ritrova la valigia smarrita, ed è conquistato da Carlotta, una fotografa di strada disinvolta e imprendibile in partenza per Parigi. Anche Piero è partito per Parigi, lasciando a Torino il grande amore, Ada, e il loro bambino nato da un mese. Nel gelo della città straniera, mosso da una febbrile ansia di progetti, di libertà, di rivoluzione, Piero si ammala. E Moraldo? Anche lui, inseguendo Carlotta, sta per raggiungere Parigi. L'amore, le aspirazioni, la tensione verso il futuro: tutto si leva in volo come le mongolfiere sopra la Senna. Che risposte deve aspettarsi? Sono Carlotta e Piero, le sue risposte? O tutto è solo un'illusione della giovinezza. 
Paolo Di Paolo, evocando un protagonista del nostro Novecento, scrive un romanzo appassionato e commosso sull'incanto, la fatica, il rischio di essere giovani. 


Se mi seguite da tempo sufficiente avrete ormai capito che non mi piace leggere le trame dei libri prima di acquistarli, quando sono tantissime le persone che hanno l'abitudine di documentarsi sulla trama prima di leggere un libro. E' una cosa che non faccio mai. Preferisco sempre stupirmi pagina dopo pagina, nel bene o nel male, senza avere la benché minima idea di quale sia la storia, chi siano i personaggi, quando sia ambientato il romanzo e così via.

Piero Gobetti (1901-1926)
Fatta questa premessa doverosa mi sento di dire che questo libro è stato un'esperienza piacevolissima. Sono convinta, però, che se avessi conosciuto la trama non lo avrei apprezzato così tanto.

Sulla pagina facebook del blog dicevo che all'inizio mi sono trovata un po' spaesata tra queste pagine. Forse spaesata non è nemmeno il termine esatto. La verità è che mi sembrava di conoscere uno dei personaggi, anzi, una delle coppie di personaggi presenti. 
Ada e Piero. 
Erano due nomi che accostati mi ricordavano qualcosa. La descrizione di Piero, la sua estrema giovinezza insieme alla fortissima consapevolezza di sé e del mondo che lo circonda; il suo giornale, la casa editrice, le traduzioni; il fragile involucro che è il suo corpo e che difficilmente riesce a contenere e a mediare tutti i progetti, le speranze, le ambizioni travagliate dalla sua mente. Piero mi ricordava qualcuno. Ada e il loro amore stuzzicavano i sedimenti di anni di studio presenti nella mia testa.
Soltanto a pagina 157 ho scoperto che Paolo Di Paolo ha tratto ispirazione dalla vita di Piero Gobetti e sua moglie Ada. E allora ho capito.
Magicamente tutto tornava e lo stupore iniziale si è trasformato in eccitazione febbrile. Immagino quanto lavoro ci sia stato dietro questo libricino così esile. Paolo Di Paolo ha trasformato fatti realmente accaduti in un romanzo ben scritto e sognante anche se molto duro, a tratti. Il discorso indiretto libero, a mio avviso, aiuta il lettore a immergersi in una vaga aria di ricordo sognante, che ho apprezzato tantissimo.
Questo libro è strutturato in un modo davvero intelligente. Due storie proseguono parallele, una storia vera e una storia di pura finzione. Piero e Ada da un lato e Moraldo e Carlotta dall'altro. Si avvicendano pagina dopo pagina, le due storie e i due punti di vista si manifestano senza mai toccarsi. Nel finale del libro si sfiorano appena su una panchina fra qualche chiacchiera leggera, discorsi di poco peso sulle condizioni atmosferiche di una giornata di febbraio e un giornale a Parigi. Ma non si incontrano davvero. Il senso di perdita e il rimpianto che emergono dalle ultime pagine nei pensieri e nelle parole di Moraldo sono così potenti che leggendo ho percepito le sue medesime sensazioni. 

Un libro che consiglio a tutti, specialmente ai ragazzi. Se fossi un'insegnante lo consiglierei agli studenti di una quinta liceo per stuzzicare la curiosità nei confronti di un personaggio tanto enorme quanto sconosciuto, Piero Gobetti non viene mai approfondito nelle scuole, spesso è solo uno dei tanti nomi da ricordare, nomi separati sterilmente da virgole senza curiosità. Anzi, ho un'idea migliore, in questo universo parallelo in cui Marty è una professoressa di lettere, farei leggere il libro di Di Paolo ai ragazzi della quinta liceo prima di introdurre Montale, spiegando che se oggi lo conosciamo è merito di quel Piero che per primo, tra le tante altre cose,  ha capito il valore della sua poesia e che per primo ha avuto il coraggio di pubblicarlo. 

lunedì 7 luglio 2014

Le chiacchiere del Lunedì #9 - ANCONA ART SALON 2014



[...] Fu così che nacque l'Ancona Art Salon, giunto alla quarta edizione, da qualche anno affiancato a una mostra, presso lo spazio della Mole Vanvitelliana, L'Ancona Art Salon continua la tradizione di mettere in contatto artisti visivi e performativi. La missione è quella di creare un vibrante spazio creativo dove l'innovazione e la collaborazione possano crescere e espandersi


Il primo luglio sono stata invitata a partecipare al 4° Ancona Art Salon. Cristiano Marcelli, oltre a essere il presidente di "La luna dance Center", un'associazione non commerciale il cui fine è quello di promuovere e sviluppare attività di danza attraverso la formazione di ballerini, la produzione di spettacoli e eventi culturali, è uno dei miei colleghi scrittori.
Lo scorso 29 Marzo, infatti, al termine del laboratorio di scrittura tenuto dall'editore e talent scout Massimo Canalini, presso la casa editrice Cattedrale e La Libreria delle Muse di Ancona, siamo riusciti a produrre, sistemare e pubblicare "13 pezzi facili". Si tratta di una raccolta di tredici racconti ideati e sviluppati da nove scrittori emergenti. Nei mesi del laboratorio abbiamo letto molto, soprattutto Carver, Salinger, Hemingway e Williams, abbiamo scritto e abbiamo condiviso i nostri elaborati, li abbiamo sistemati, migliorati e infine l'editore li ha pubblicati.


COME STANNO LE COSE
di Massimo Canalini
I testi pubblicati nel presente volume debbono considerarsi, in certo qual modo e nella loro essenza, una prima selezione all'interno d'una più ampia messe di racconti, nonché l'esito finale d'un laboratorio di quaranta ore da me diretto nei mesi di febbraio e marzo 2014. In precedenza, di laboratori del genere ne avevo condotti in buon numero. A partire dal 2009, se non sbaglio, e avendo, in più riprese a che fare, nell'insieme, con forse un'ottantina di iscritti. Novanta forse.
Ora, cosa c'è, a mio modesto avviso, in questa raccolta di racconti brevi e brevissimi scritti da narratori non professionisti, che per davvero suona incoraggiante, intanto in quanto va sul serio piuttosto bene? Il fatto che questi racconti si somigliano. Nel tono, specialmente. E nella dimensione spesso volutamente sommessa, o se preferite minimalista e realistica, al cui appello buona parte di loro accetta, per così dire, di rispondere. E' proprio vero, secondo me questi racconti si somigliano entro una specie di compromesso stilistico che ha l'enorme merito di avvenire in una zona della scrittura sufficientemente nitida e consapevole da annunciare, per quanti li hanno posti su pagina, diversi (e molto interessanti), credo io, passi avanti a venire. Dunque, alla fine ci siamo. Dopo anni che grosso modo giravo a vuoto fra una miriade di narrazioni "iniziali" che obbedivano alle istanze più soggettivamente errabonde e diverse, ecco qualcosa che non cerca di divenire originale a qualunque costo, ma anzi. Dunque, la soluzione del problema, quanto a questo, era alla lettera dietro l'angolo, ma ancora dopo anni di tentativi non l'avevo scovata, e come una specie di cieco girovago m'aggiravo dispensando a quanti me lo chiedevano dei consigli più o meno utili e mortalmente sinceri per migliorare il proprio tasso tecnico e le tecniche per raccontare: ancora non avevo compreso che un laboratorio di scrittura narrativa doveva per prima cosa invitare i partecipanti a seguire un metodo condiviso - un metodo certo - e modelli uguali per tutti. E' talmente semplice, che solo un certo numero di secoli interessati romanticamente alle differenze e all'originalità purché sia, si frapponevano fra me e questa sorprendente scoperta. Quanti non comprendono quasi nulla di cos'è la scrittura - la maggior parte degli esseri umani, inevitabilmente, e persino una quantità di editor e scrittori anche più o meno orrendamente "di grido" - temono che secondando questo genere di imitazioni "unisex" e "valide per tutti", si corra il rischio d'una temibile omologazione. D'una clonazione, quasi. Che madornale errore di prospettiva, e che madornale errore tout-court. Invece, è esattamente vero il contrario. Così che, almeno all'inizio, dovrò essere proprio io insegnante, a dirti cosa scrivere, secondando quale tono prevalente, imitando i modelli che dico io e intorno ai quali, personalmente, a differenza di innumerevoli teorici improvvisati, ho lavorato in profondità tutti i giorni dell'anno per diversi decenni. Quanto al resto, ascoltate: è semplice. Le parole "mie-mie", e persino uno stile cosiddetto "mio-mio" e "personale veramente" arriveranno comunque, quando saremo pronti a riceverne in modo degno le istanze. Nel frattempo, leggete con adatta levità le brevi narrazioni che seguono, e comunque la pensiate sappiate che sono molto contento di questi primi (e provvisori, certo) risultati, (tanto mesmericamente) raggiunti. Senza una koinè condivisa, oggi, nel 2014, la ricerca d'uno stile personale non è nemmeno un errore, almeno all'inizio, ma una strana forma di voluto e radicale sviamento. Dunque, stiamo tutti quanti abbastanza calmi e manteniamo abbastanza la calma, grazie. Il metodo funziona, e se avrò tempo per provare a perfezionarlo, state certi che troverò il modo di mettervi al corrente dei risultati a venire. Comunque, se mi fate non-sapere come la pensate in proposito, io anticipatamente vi ringrazio. Grazie. Sì. Veramente.
 
Ansia pre-lettura pubblica
 
In questo libro sono presenti tre racconti scritti da me i quali titoli sono rispettivamente  Esauriti che non vogliono ammetterlo 1, 2 e 3; Ricognitore notturno di Roberto Bugari; Attraverso il passavivande e Se Dio è infinitamente buono di Cristiano Marcelli; Noi, e nessun altro credente di Marco Morbidoni; La solitudine che sai di conoscere di Emanuele Bizzarri; Il Lancillotto delle anatre e Cortisolo di Monica Ferraioli; Pietro di Elisa Cinti; Parlarne a Giovanna di Marina Miccoli e La porta di Marco Puma sono i racconti dei miei colleghi e amici scrittori.

Cristiano Marcelli, Monica Ferraioli, Martina Brunetti, Roberto Bugari, Paolo Peliaga




Durante l'Ancona Art Salon, in questo contenitore di qualsivoglia forma di arte, tra quadri, sculture, disegno dal vivo, cantanti lirici, ballerini, fisarmoniche e creatività, risuonavano le nostre letture. E anche se la timidezza ci frena e la vergogna mortale di leggere racconti scritti da noi e frutto della nostra più intima immaginazione ci fa tremare le mani, non riesco a descrivere la soddisfazione di condividere tutto questo con perfetti sconosciuti. Sconosciuti, sì, ma perfetti.

Questa più semplice cosa, personalmente non la cambierei per nulla al mondo.

domenica 6 luglio 2014

LIBRERIAMO - I 25 libri meno apprezzati dai booklovers secondo la rete



Da Twilight a On The Road. Nella lunga lista dei libri meno amati dai booklovers ci sono anche loro due. Ma Bookriot ha stilato un classifica di ben 25 libri che i lettori proprio non riescono ad apprezzare. Il vostro qual è?
MILANO – Anche se siete degli appassionati booklovers, sicuramente, anche voi avete qualche scheletro nell’armadio. Per esempio un libro che proprio non avete amato, che vi è piaciuto così poco che addirittura gli avete assegnato l’ultimo posto, il più buio, nella vostra libreria. Il sito Bookriot ha realizzato un sondaggio per coinvolgere i suoi lettori, chiedendo, “Quali sono i tre libri che odiate da sempre?”. Le risposte non si sono fatta attendere molto, ed ecco cosa è emerso: questi sono i 25 libri meno apprezzati dai booklovers. Ci sono anche i vostri? c'è qualcuno di questi che invece amate profondamente? Leggete e poi...dite la vostra!

giovedì 26 giugno 2014

Il mare non bagna Napoli - Anna Maria Ortese

"Il mare non bagna Napoli" edito Gli Adelphi, 10€, 176 pagine, codice ISBN 9788845922855

Il mare non bagna Napoli è una straordinaria discesa agli Inferi: nel regno della tenebra e delle ombre, dove appaiono le pallidissime figure dei morti. Di rado un artista moderno ha saputo rendere in modo così intenso la spettralità di tutte le cose, delle colline, del mare, delle case, dei semplici oggetti della vita quotidiana... Anna Maria Ortese attraversa l'Ade posando sulle cose e le figure degli sguardi allucinati e dolcissimi: tremendi a forza di essere dolci; che colgono  e uccidono per sempre il brulichio della vita. Nei racconti compresi nella prima parte del libro, questi sguardi penetrano nel cuore dei personaggi: ne rendono la musica e il tempo interiore, come molti anni prima aveva fatto Cechov". PIETRO CITATI

Il mare non bagna Napoli è davvero un Giano Bifronte.
E' un libro duplice nell'influenza che ha avuto nella vita dell'autrice, infatti, dopo aver riscosso un grande successo nella critica, nel 1953 si aggiudicato un premio speciale per la narrativa nell'edizione del Premio Viareggio di quell'anno; allo stesso tempo, però, ha toccato dei nervi scoperti che hanno avuto un'enorme influenza nella vita dell'autrice, prima costretta ad una non troppo velata emarginazione e successivamente costretta ad abbandonare la città che tanto amava.
Un libro sdoppiato e ambivalente anche nel contenuto: Il mare non bagna Napoli è suddiviso in cinque capitoli aventi come oggetto le squallide condizioni della Napoli del dopoguerra. I primi due capitoli consistono in due racconti e i restanti tre, invece, segnano una svolta nella narrazione. La Ortese, infatti, decide di affiancare due racconti a tre inchieste che denunciano lo squallore, la dispersione e il senso di rovina della città. Quello che risulta è una prima parte che è tutta un'allegoria prettamente letteraria dove è l'immaginazione della scrittrice mediata dalla sua esperienza a narrare le due storie; la seconda parte, invece, è dettata dallo sguardo oggettivo di una donna che attraversa Napoli e che vi si immerge riportando pedissequamente ogni scorcio e ogni sensazione evocata.

Un libro, che con un'esagerazione potremmo definire bipolare, capace di suscitare duplici sentimenti anche nel lettore che si presta alla lettura. O almeno è quello che è successo a me: essendo molto breve sono riuscita a leggerlo in un pomeriggio ma mentre la prima parte mi ha colpita, catturata e intrattenuta tantissimo, la seconda parte ha abbassato leggermente il mio livello di attenzione. A mio avviso i due racconti iniziali sono meravigliosi, il resto del libro mi ha delusa leggermente e a tratti è riuscito anche ad annoiarmi un poco, non perchè sia scritto male o perchè non vi sono argomenti interessanti, piuttosto perchè le mie aspettative erano altre.

Un paio di occhiali è il racconto di apertura e sicuramente il mio preferito. La protagonista è Eugenia, una bambina che ha già sperimentato la miseria, il degrado e lo squallore dei quartieri più poveri di Napoli. Vive con la sua famiglia e ha sempre vissuto una vita offuscata. Il racconto si apre con la visita oculistica alla quale Eugenia viene sottoposta. L'oculista è preoccupato perché la bambina è quasi cieca: le mancano nove diottrie da un occhio e dieci dall'altro. La zia ha qualche soldo da parte e decide di spendere "Ottomila lire, vive, vive!" e acquistare gli occhiali alla nipote. Nell'attesa che gli occhiali siano pronti, per giorni interi, la zia di Eugenia non fa altro che rinfacciarle di aver speso quelle "Ottomila lire, vive, vive!". Ma Eugenia non la ascolta nemmeno: durante la prova delle lenti ha visto il mondo in un modo nitido e totalmente inedito per lei ed è emozionata e non vede l'ora di esplorare tutto ciò che la circonda e tutto il non-visto fino a quel momento.
"Iddio ti ha voluta preservare, figlia mia!" disse andando a prendere il pacchetto col vestito e mettendoglielo tra le mani. "Non sei bella, tutt'altro, e sembri già una vecchia. Iddio ti ha voluto prediligere, perché così non avrai occasione di male. Ti vuole santa, come le tue sorelle!" senza che queste parole la ferissero veramente, perché da tempo era già come inconsciamente preparata ad una vita priva di gioia. Eugenia ne provò lo stesso un turbamento. E le parve sia pure un attimo, che il sole non brillasse più come prima, e anche il pensiero degli occhiali cessò di rallegrarla. Guardava vagamente coi suoi occhi spenti, un punto del mare, dove si stendeva come una lucertola, di un colore verde smorto, la terra di Posillipo.
In quel momento torna la mamma, che era stata in città per recuperare gli occhiali. Eugenia ritorna ad essere felice ed è impaziente di scoprire il mondo e vederlo per davvero. Quando la madre le porge la confezione degli occhiali, le persone del quartiere le si avvicinano pronte ad ammirare quella "specie di insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve" che stava scintillando sotto il bagliore del sole. Eugenia non riesce a resistere, afferra gli occhiali, li infila e inizia a guardarsi intorno. Finalmente riesce a vedere i suoi genitori, i suoi vicini di casa, il quartiere dove ha vissuto per tutta la vita, la sua casa, le strade e vede per la prima volta in maniera davvero nitida la povertà, lo squallore, la miseria, la deformità, la bruttezza e lo schifo e il disgusto diventano così opprimenti che scossa e disorientata rimette in mezzo alla strada. "Ottomila lire, vive, vive!" e questa è la reazione? Occhio non vede, cuore non duole...è proprio il caso di dirlo.
Questo racconto è fortissimo e disincantato. Lo squallore è onnipresente e la miseria e la bruttezza e la cattiveria regnano sovrani e costringono i personaggi che lo popolano a piegarsi e a cercare una via di salvezza. Si rivolgono costantemente a Dio e lo pregano, sperano costantemente che Dio si decida ad attirarli verso di sé nel regno dei cieli dove le sofferenze si arrestano e dove si può fare esperienza della pace che non si è trovata in terra. Solo Dio può porre fine alle sofferenze degli uomini, incapaci di salvarsi da soli.
"[...] andò a prendere una scopa e spinse via una foglia di cavolo dalla soglia -mi domando che cosa fa Dio-"
"Dio sopra la piaga mette il sale" 
Da questo racconto è stato tratto un film nel 2001, presentato alla Biennale di Venezia dello stesso anno, e sarei curiosa di vederlo e di scoprire se il regista è riuscito a rendere giustizia ad un racconto così ben fatto, così ben scritto e costruito. Lo stile della Ortese è uno stile asciutto, descrittivo e senza fronzoli, anche nei racconti riesce a scrivere con una prosa quasi giornalistica. La sua scrittura, però, ha anche qualcosa in più. Una penna consapevole che sembra parlarci da molto lontano. Poi il libro prosegue con il secondo racconto, bellissimo, toccante e devastante.

Molti lettori si chiedono se questo libro sia il frutto del disprezzo nei confronti di Napoli o se piuttosto si tratti di un atto d'amore. Effettivamente, al termine della lettura mi sono posta la medesima domanda. Questo libro è un libro doppio anche perché è ambientato in una città che combatte costantemente contro se stessa. La culla della cultura ricca di architettura maestosa e menti brillanti che si spegne e si avvilisce e che risulta livida e malandata e che ci viene descritta minuziosamente negli odori, nelle sensazioni e in tutto il possibile immaginabile.

Cercare a Napoli una Napoli infima, dopo aver visitato la caserma borbonica, non viene più in mente a nessuno. Qui, i barometri non segnano più nessun grado, le bussole impazziscono. Gli uomini che vi vengono incontro non possono farvi nessun male: larve di una vita in cui esistettero il vento e il sole, di questi beni non serbano quasi ricordo. Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, né nessun'altra cosa.
La disillusione, la rassegnazione, lo sgomento e il tormento vi accompagneranno pagina dopo pagina. Napoli è passata al setaccio e vista sotto una lente di ingrandimento. E nonostante tutto, nonostante "[...] questa non è una casa, signora, vedete, questo è un luogo di afflitti. Dove passate, i muri si lamentano", nonostante sembri che non ci sia soluzione al degrado e che ogni speranza sia perduta, vi assicuro che non riuscirete a provare repulsione. La scrittura della Ortese è un filtro potentissimo, è l'edulcorante che attenua il ribrezzo e la nausea di quelle descrizioni. Non sono mai stata a Napoli, dunque non posso sapere se la situazione dal dopoguerra a oggi sia cambiata o sia rimasta la stessa. Però credo che l'enorme successo di questo libro sia dato dall'abilità di rappresentazione e dalla potenza narrativa della Ortese; credo anche che gli intellettuali napoletani che hanno avuto la possibilità di leggere la prima edizione di questo libro si siano risentiti perché la prosa della Ortese è cruda e senza pietà.

"Straordinario era pensare come, in luogo di diminuire o arrestarsi, la popolazione cresceva, ed estendendosi, sempre più esangue, confondeva terribilmente le idee dell'Amministrazione pubblica, mentre gonfiava di strano orgoglio e di più strane speranze il cuore degli ecclesiastici. Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuno lo avesse visto, e lo ricordava. In questa fossa oscurissima, non brillava che il fuoco del sesso, sotto il cielo nero del sovrannaturale."


sabato 7 giugno 2014

Lolita - Vladimir Nabokov


Ciao a tutti!
Ieri pomeriggio sono stata al mare per la prima volta quest'anno. Ovviamente ho portato un libro da leggere e oltre a quello mi sono portata dietro anche la lista dei 1001 libri da leggere prima di morire, giusto per fare una specie di resoconto (un resoconto decisamente prematuro). Però ho fatto bene perché mi sono accorta che quest'anno (per la tesi e per piacere) ho letto un buon numero di romanzi contenuti nella lista e mi sono anche resa conto che non ho ancora pubblicato le relative recensioni. Quindi: è sabato, sono a casa e voglio recuperare almeno due o tre recensioni arretrate.
Iniziamo subito con un libro controverso, un capolavoro della letteratura moderna.




La pubblicazione di Lolita da parte dell'audace casa editrice parigina Olympia provocò una vasta indignazione. La violenta passione erotica del protagonista-narratore Humbert Humbert per la dodicenne Lolita, insieme all'intensità e alla portata del suo abuso di lei, sono genuinamente scioccanti specie per una cultura tuttora seriamente preoccupata delle violenze sui minori.
Scritto con il tipico stile immacolato dell'autore, questo romanzo violento e brutale solleva affascinanti domande sul ruolo della narrativa. Si può trovare bellezza, piacere e comicità in una storia eticamente ripugnante? Si può sospendere il giudizio morale in favore dell'apprezzamento estetico di una frase finemente cesellata o di un'espressione perfettamente equilibrata? Le risposte a tali domande restano oscure, ma nel misurare sostanza e stile, nel bilanciare così delicatamente l'etico con l'estetico, Nabokov inventa un nuovo genere letterario.
Il rapimento di Lolita da parte di Humbert e la fuga negli Stati Uniti nel folle tentativo di sfuggire alle autorità rendono il romanzo un lavoro inaugurale della narrativa postmoderna come anche una sorta di proto-road movie. Humbert è un europeo vecchio stile, amante di Rimbaud e Balzac, che nel mondo lucente dell'America industriale degli anni Cinquanta è affascinato dal vistoso richiamo di Lolita, delle sue gomme da masticare e delle sue bevande. Sull'incontro tra l'età venerabile e la crassa gioventù, tra l'Europa e l'America, tra arte alta e cultura popolare si basano molti romanzi e film nati sulla scia di Lolita. Senza di esso sarebbe difficile immaginare L'incanto del lotto 49 (1966) di Pynchon o Pulp Fiction (1994) di Tarantino. Prova della sua originalità e della sua forza è il fatto che il romanzo, dopo così tante imitazioni, resti ancora inquietante, fresco e commovente. [Tratto da pagina 504-505 di "1001 libri da leggere prima di morire"]

Lolita è un capolavoro.
Ora vorrei spiegarvi a parole per quale ragione credo fermamente in questa affermazione, ma non è facile data la complessità di questo romanzo.
Partirò dicendo che Nabokov oltre ad essere un genio è anche un maestro. Questo romanzo è scritto benissimo, con una prosa sofisticata e scorrevole, la struttura del romanzo è piacevolmente costruita e i personaggi sono ben caratterizzati. Humbert Humbert è il narratore ed è anche il protagonista, è il mostro vittima di una maledizione che lo affligge da anni, è un pedofilo, è un uomo temibile e disumano.
Lolita è la sua vittima. A lettura terminata, tra le mille domande che mi sono posta, quella che riecheggiava nella mia testa era sempre la stessa: Lolita è davvero una vittima?
Il libro è scritto in modo impeccabile, leggendolo non aggiungeresti altro e non elimineresti niente, tutto quello che si trova nelle 395 pagine del romanzo sta bene dove sta. Questo fa sì che il romanzo sia di per sé un vero capolavoro. Quando poi inizi a riflettere sulla trama e, soprattutto, sui personaggi ecco che si accende la vera scintilla.

Humber Humber, accusato di omicidio, si rivolge alla giuria e si difende raccontando la storia, esattamente come l'ha vissuta, quindi dal suo punto di vista soggettivo. Adesso dirò un'eresia, ma quando ho letto la trama del romanzo ero sicura che Humbert mi avrebbe disgustata, invece, leggendo il romanzo ho apprezzato tantissimo il suo modo di essere. Credo che Humbert sia uno dei migliori personaggi della letteratura, proprio perché è vittima della vita.
Il libro inizia con l'infanzia di Humbert e con il racconto del suo primo amore. Si chiama Annabel ed è una "ragazzina adorabile":
"Tutt'a un tratto ci innamorammo, pazzamente, goffamente, spudoratamente, tormentosamente; e senza speranza, dovrei aggiungere, perché l'unico modo di placare quella mutua frenesia di possesso sarebbe stato assorbire, assimilare sino all'ultima particella lo spirito e la carne dell'altro; e invece non potevamo neanche accoppiarci come due monelli di periferia avrebbero senz'altro trovato il modo di fare. Dopo uno spericolato tentativo di incontrarci di notte nel suo giardino (ma di questo parlerò più avanti) godemmo di un'intimità limitata, fuori dal campo uditivo, ma non visivo, dei bagnanti sulla parte affollata della plage."
Questo amore è interrotto dall'evento più inaspettato e irreparabile: Annabel muore, quattro mesi dopo muore a causa del tifo. Humbert continua a vivere, ma questo evento lo segna nel profondo, è un vero e proprio shock e il suo amore perduto, rimasto sospeso e non consumato genererà in lui una vera e propria malattia mentale. Per tutta la vita, anno dopo anno, non farà altro che cercare Annabel tra la folla, senza rendersi conto che Annabel avrà per sempre dodici anni. Humbert continuerà a cercarla e si innamorerà e si ecciterà al passaggio di ogni dodicenne simile a lei.
Il tema centrale è la pedofilia. Un argomento tabù, un argomento impossibile da comprendere, disumano e rivoltante, che Nabokov riesce a descrivere in un modo così  elegante che il lettore non può che restare incredulo di fronte a queste pagine.

Poi Humbert conosce Lolita, una ragazzina di dodici anni della quale si innamora, davvero. Lui è un uomo adulto, lei ha dodici anni, ma Humbert non riesce a reprimere il suo istinto e non riesce a sottrarsi alla maledizione di Annabel. Ciò che mi aspettavo a questo punto della lettura era o una scena truce o magari grida di orrore e terrore; Lolita che si dispera e scappa dalle mani di Humbert; Lolita che cerca di nascondersi e di sfuggire dalle grinfie di un uomo orribile; disgusto e delirio. Sono rimasta a bocca aperta quando ho scoperto che sia Humbert sia Lolita sono entrambi vittime di questo gioco malato.
Humbert soffre per amore e sempre Humbert viene sfruttato e raggirato in nome dei suoi sentimenti. Lolita, dodicenne, ha già avuto esperienze che normalmente le altre ragazze vivono a diciassette-diciotto anni. Lei si accorge dell'interesse da parte di Humbert e lo stuzzica continuamente. D'altra parte, però, Humbert è un uomo di mezza età, un pedofilo che tiene prigioniera una ragazzina molto giovane con la quale intrattiene una relazione sessuale. Non le permette di affezionarsi a nessuno; è costantemente geloso e lo è  in un modo così morboso da spingerlo a decidere di tenerla rinchiusa e nascosta dal mondo.
Poi scappano insieme e iniziano a vivere una vita clandestina e senza dimora, una vita fuori dalle leggi sociali e fuori dalle regole umane, fino a quando Lolita deciderà di abbandonarlo.

Pur essendo un romanzo scandaloso, visti i temi trattati, in questo libro non sono presenti né parole né descrizioni oscene e rivoltanti. Tutta la storia è raccontata con uno stile alto ed elegante, sono presenti continue allusioni, probabilmente con l'intento di azionare l'immaginazione del lettore senza dover esplicitare alcunché.
Nabokov è geniale e questo romanzo è un capolavoro.

Dopo trentasei anni, rileggo Lolita di Vladimir Nabokov...Trentasei anni sono moltissimi per un libro. Ma Lolita ha, come allora, un'abbagliante grandezza. Che respiro. Che forza romanzesca. Che potere verbale. Che scintillante alterigia. Che gioco sovrano. Come accade sempre ai grandi libri, Lolita si è spostato nel mio ricordo. Non mi ero accorto che possedesse una così straordinaria suggestione mitica {Pietro Citati}
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venerdì 6 giugno 2014

LIBRERIAMO - I 10 adolescenti più irritanti della letteratura



Bella Swan pensa solo a se stessa, Amy March è una piccola viziata, Il giovane Holden si lamenta in continuazione. E la lista potrebbe andare avanti ancora per molto. Loro sono gli adolescenti della letteratura che hanno irritato molti lettori. Che ne pensate?
MILANO - Non c'è niente da fare. I personaggi dei libri o li si ama o li si odia. E spesso, sono proprio loro la causa dell'insuccesso di un libro, oppure del suo straordinario successo. Ci sono libri che hanno troppi personaggi che ci confondono, altri che ne hanno solo uno, troppo noioso. Insomma, ad ognuno il suo. Ma vi è mai capitato di leggere un libro, bellissimo, ma detestare il suo personaggio principale? Magari non sempre, ma qualche scena che vi ha fatto storcere il naso? Be', l'Huffington Post, ha stilato una classifica dei 10 personaggi più irritanti della letteratura. Sono prevalentemente i giovani adolescenti che hanno fatto grande la storia di cui sono protagonisti, come Harry Potter o Twilight. Che ne pensate voi? Avete il vostro personaggio 'irritante'?

martedì 3 giugno 2014

Uomini e topi - John Steinbeck


Ciao a tutti,
prosegue l'enorme, gigantesca, spropositata, esorbitante, mastodontica, immane, immensa, imponente sfida del 1001 libri da leggere prima di morire.
Piano piano, con costanza e forza di volontà si fa tutto, così eccomi qui a raccontarvi di questo libro consigliato a pagina 393, nella sezione Novecento.

Ho deciso di acquistarlo al Salone Internazionale del libro di Torino perché, durante il viaggio per raggiungere il Lingotto, sono rimasta folgorata dal modo in cui ne ha parlato Fernanda Pivano nel suo "Libero chi legge".
Dunque, quando l'ho visto allo stand della Bompiani, in questa nuova edizione con le pagine smussate agli angoli ho deciso di prenderlo. Purtroppo non c'erano sconti, ma comunque il prezzo è abbordabile dato che costa 9€.





Il titolo del romanzo forse più conosciuto di John Steinbeck fa riferimento a un verso della poesia di Robert Burns A un topo, limitandosi ad accennare la tragedia della storia. Il racconto ruota intorno a George e Lennie, due lavoratori migratori scesi dal pullman a parecchi chilometri di distanza dal ranch californiano in cui lavorano. George è un uomo minuto e brillante dai tratti scuri, Lennie è un gigante informe, mentalmente subnormale e profondamente devoto a George, a cui si affida per ricevere protezione e guida. Accampata all'aperto per la notte, questa coppia improbabile condivide il sogno di aprire una fattoria. Tornati al ranch i due incontrano Slim, un mulattiere che ammira la loro amicizia, regala a Lennie uno dei suoi cuccioli e convince i due a includerlo nel loro sogno di comprare un pezzo di terra e sistemarsi. Le speranza dei protagonisti si infrangono però quando Lennie uccide per sbagli il cucciolo e, senza volerlo, spezza il collo a una donna al ranch. Sfuggito all'orribile morte per mano di una folla impazzita, Lennie incontra George il quale, prima di piantargli un proiettile in testa, gli racconta la storia della vita idilliaca che faranno. Quando la folla arriva, Slim capisce che George ha ucciso l'altro per pietà e lo porta via. Questa è una storia di fratellanza e della dura realtà di un mondo che si rifiuta di accettare l'idealizzazione di legami affettivi tra gli uomini. Il rapporto unico di George e Lennie si avvicina a quell'ideale, ma è frainteso dal resto del mondo che non riesce a capire la vera amicizia, mette entrambi in pericolo e ne sfrutta la debolezza ogni volta che può. Forse, però, la vera tragedia risiede nella descrizione della morte del grande sogno americano smascherandolo per quello che è: soltanto un sogno. [Tratto da pagina 393 di "1001 libri da leggere prima di morire"]

Un libro davvero breve, 126 pagine scorrevoli e coinvolgenti. Fernanda Pivano ci svela che questo libro è stato tradotto in Italia per la prima da Cesare Pavese nel 1942 e che John Steinbeck credeva di aver scritto un libro per bambini:
"Voglio ricreare un mondo infantile, non di fate e di giganti ma di colori più chiari di quanto lo siano per gli adulti, di sapori più acuti e degli strani sensi di angoscia che a momenti sopraffanno i bambini. Bisogna essere molto onesti e molto umili per scrivere per i bambini."
Il risultato è un romanzo scorrevole perché in esso sono stati creati scenari ben descritti e perché in esso è stata utilizzata la lingua nella sua forma più semplice e comprensibile. E anche se Steinbeck considera questo romanzo come un "esperimento non riuscito", la realtà dei fatti è che il libro è perfetto esattamente così come lo leggiamo. I dialoghi sono onnipresenti e gli scambi tra i personaggi sono intelligenti e a volte ironici, un'ironia leggermente disincantata, quasi una rassegnazione, una preannunciazione della fine drammatica che attende.
Lennie, il gigante con il cuore e la mente di un bambino è uno dei personaggio più inquietanti di cui abbia mai letto. Uccide e distrugge con le sue enormi mani senza accorgersene, senza rendersene conto. La pazienza di George, invece, è una pentola a pressione pronta ad esplodere. Questa tensione narrativa si percepisce sin dalle primissime pagine e arriva fino al termine di un libro breve ma davvero intenso.

Si tratta di un romanzo che mi sarebbe piaciuto leggere a scuola. Sicuramente lo consiglierei ai più giovani per comprendere il potere della scrittura e per avere un po' più di consapevolezza. Ma sento di consigliarlo anche agli adulti, perché pur essendo un romanzo leggero e scorrevole è davvero denso di significati, di emozioni e di situazioni che inducono ansia in chi legge.
Se non vi ho ancora convinto, se non vi fidate del mio parere, pensate che questo libro è entrato a far parte del novero dei 1001 libri da leggere prima di morire e che è uno dei romanzi preferiti dalla grande Fernanda Pivano!

Inoltre, in fondo al libro è presente un elenco dei personaggi con delle descrizioni fisiche e psicologiche abbastanza essenziali, ma comunque utilissime, soprattutto per chi come me a distanza di settimane dalla lettura tende a confondere i nomi dei protagonisti.

PS: Ora devo recuperare FURORE. Quando terminerà il mio periodo astinenza da acquisti libreschi ci farò un pensierino.

Lo avete letto? Cosa ne pensate?


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Un giorno questo dolore ti sarà utile - Peter Cameron

Ciao a tutti amici lettori,
oggi è il 3 Giugno e io devo ancora pubblicare le recensioni degli ultimi tre libri letti a Maggio. La settimana appena trascorsa, purtroppo, è stata una delle più brutte della mia vita...per cui il tempo per scrivere e leggere si è un po' ridotto.
Ma oggi è caldissimo, fuori c'è il sole e l'idea che tra poco inizierò ad andare in spiaggia mi rende così felice che mi è venuta voglia di recuperare il tempo perso e scrivere.
Procedendo in ordine cronologico, il libro che ho letto subito dopo aver terminato Stoner è stato Un giorno questo dolore ti sarà utile.



Cameron disegna un mirabile affresco di un mondo, il nostro, incapace di prendersi cura di se stesso, alla rincorsa di cose futili e banali. Lo fa attraverso una prosa densa come fosse verseggiata, con dialoghi perfetti e un personaggio che resterà nella memoria. Un libro bellissimo, già dal titolo e fino all'ultima pagina. [Valeria Parrella]

Ho deciso di leggere questo libro per un motivo semplice: terminato Stoner ( che mi è piaciuto tantissimo!) ho letto la postfazione di Peter Cameron e il suo modo di scrivere mi è piaciuto subito. Siccome mi trovavo in quella spiacevole condizione familiare a molti lettori per la quale dopo aver letto un libro bellissimo si ha sempre paura di iniziarne un altro, perché difficilmente questo potrà reggere il confronto con quello appena terminato; ho pensato che sarebbe stato logico iniziare un romanzo di Cameron, dato che Cameron ha scritto la postfazione di Stoner. Sto delirando (?)

Comunque, la copertina e il titolo mi hanno sempre intrigata. Da quando ho scoperto l'esistenza di questo romanzo ho sentito il bisogno di acquistarlo, ma puntualmente rimandavo e rimandavo e rimandavo. L'11 Maggio, come ormai saprete tutti, ero al Salone Internazionale del Libro di Torino e allo stand del libraccio l'ho trovato a 5 € e in ottime condizioni. Così l'ho preso, questa volta senza pensarci troppo.

Le 206 pagine di questo libro sono, in realtà, le pagine del diario del protagonista. E' la storia di James, o meglio, è la storia di una piccola porzione del suo vissuto, che inizia precisamente Giovedì 24 Luglio 2003 e termina l'Ottobre successivo. Si tratta del periodo estivo che precede un grande cambiamento nella sua vita, dal momento che dopo essersi abituato alla sua scuola e alla sua città è costretto ad andarsene e iniziare un percorso nuovo, entrare a far parte di una nuova realtà collettiva: l'Università. James è un ragazzo instabile e insicuro; non ama affatto il contatto con le persone (soprattutto se sono sconosciuti e soprattutto se hanno la sua stessa età) ed è circondato da persone altrettanto instabili.
- La madre di James si è sposata diverse volte e, quando iniziamo la lettura, la scopriamo di ritorno dall'ennesima luna di miele fallita (il nuovo marito, conosciuto solo 6 mesi prima, le ha rubato la carta di credito e ha sperperato più di tremila dollari in gioco d'azzardo). Dopo una giornata di depressione ritorna a lavoro nella sua galleria d'arte, dove James lavora nei tre mesi estivi.
- Il padre di James è un uomo ricco per cui l'importanza è l'apparenza e nient'altro. I soldi, i ritocchi chirurgici estetici e il lavoro; non c'è spazio per la famiglia o per l'amore nei confronti di un figlio. Infatti, quando lo incontriamo la prima volta nel libro ci viene mostrato come un uomo disattento, incurante ed egocentrico. Preoccupato soltanto degli orientamenti sessuali del figlio, incapace di ascoltare tutto il resto.
- La sorella di James, innamorata di un uomo sposato che è anche il suo professore di Linguistica all'università (con questo signore, padre di due bambini, ha una storia d'amore dichiarata).
- Il cane Mirò, un cane che non sa di essere un cane e pensa di essere un uomo.

Questa è la famiglia di James. Una famiglia distrutta e completamente avulsa da qualsivoglia forma di dialogo o confronto. James non vuole andare all'università. Chiede ai suoi genitori di donargli i soldi che spenderebbero per l'università per comprare una casa nel Midwest dover poter abitare da solo, leggere e prodursi in lavori manuali. L'università è per lui una totale perdita di tempo ed è anche terrorizzato dal dover vivere a contatto con i suoi coetanei. Così i genitori decidono di mandarlo da una psichiatra, perché invece di ascoltare i desideri di un figlio, invece di capire i sogni di quest'ultimo, è preferibile considerarlo pazzo e mandarlo in terapia, giusto? I genitori di James combattono soltanto per salvare l'apparenza, e non si adoperano affatto per stare vicino ad un figlio in crisi, con evidenti difficoltà.
In queste 206 pagine ci vengono raccontate le vicende di quell'estate, i pensieri e le parole spese in un momento di crisi interiore da parte di un giovane diciassettenne solo e abbandonato a se stesso. Nanette, la nonna, è l'unica persona capace di amarlo e di dimostrare con i fatti l'amore che prova nei confronti del nipote, infatti James la raggiunge spesso per parlare e per prendere una boccata d'ossigeno dalla sua vita di tutti i giorni.

Inizialmente il libro mi ha catturata molto. Provo sempre una forte attrazione nei personaggi insoliti, disadattati e solitari; ma anche nei confronti dei personaggi non proprio stabili ( i pazzi psicotici, psicopatici, ossessivo-compulsivi sono i miei preferiti da sempre). James mi ha intrigata sin da subito, ma poi, proseguendo con la lettura, ho iniziato ad annoiarmi. Il libro è scritto bene, questo sì, ma la storia si appiattisce e l'attenzione diminuisce pagina dopo pagina. Inoltre, i personaggi sono abbastanza stereotipati e questo fa sì che durante l'evolversi degli eventi le loro azioni\reazioni siano prevedibili. James, dal canto suo, non riesce a migliorarsi, a crescere e non riesce ad evitare le situazioni spiacevoli. C'è chi ha avuto l'ardire di paragonarlo a Holden. Non mi esprimo su questo punto, perché non ha senso perdere tempo.
E' un romanzo che per qualche motivo non funziona. E mi dispiace perché avevo delle altissime aspettative e invece si è rivelato una quasi delusione.

PS: Ciò che più mi ha infastidito è la poca coerenza di James. Non parlo dell'incoerenza delle sue azioni, che sarebbe prevedibile dal momento che è un ragazzo di diciassette anni con problemi evidenti; quando parlo di incoerenza mi riferisco alla costruzione del personaggio. James ha 17 anni e non sembra avere 17 anni. Nel modo di parlare, nel modo di pensare e nel modo di agire non sembra affatto un adolescente, sembra un uomo adulto e deluso; un uomo che ha perso ogni barlume di speranza e di spensieratezza. Sembra un uomo che ha tutte le risposte pronte, nessun dubbio, nessuna incertezza tipica di un diciassettenne. Perché anche il dubbio dell'Università non è un vero dubbio: James è convinto di non volersi iscrivere e ha già stabilito anche come dovrà essere la sua vita. Non so se è chiaro quello che sto dicendo, ma mi ha infastidita perché Cameron non è stato attento ai dettagli, ecco.

PPS: Se vi state chiedendo da dove nasce il titolo, che poi è una delle cose che più mi ispirava nel romanzo, ve lo spiego subito. L'estate in cui i genitori di James divorziano decidono di spedire i due figli "fuori dai piedi": Gillian, che ai tempi aveva quindici anni, è stata inviata in Europa con la famiglia della sua amica Hilary mentre James è stato "esiliato" al Camp Zephyr, che si spacciava come scuola di vela e che in realtà era un istituto di preparazione per le accademie militari dove si cerca di raddrizzare gli adolescenti gravemente problematici "grazie alle meraviglie del lavoro manuale e della natura". Sii forte e paziente; un giorno questo dolore ti sarà utile è il motto del campo. Ecco.

lunedì 26 maggio 2014

LIBRERIAMO - Le 10 copertine dei libri più belle e iconiche di tutti i tempi



Dall'intramontabile Jurassic Parck al super contestato Arancia Meccanica. I libri che sono entrati nella storia della letteratura, grazie anche alla loro rappresentazione cinematografica, sono davvero tanti. Ma a farli diventari esemplari unici, sono state le loro copertine. Alcune edizioni, infatti, vantano una copertina artistica davvro da collezione che ben rappresenta lo storia che il lettore si accinge a leggere. Qual è la vostra preferita?
MILANO - Vi è mai capitato di entrare in libreria e di acquistare un libro semplicemente perché vi siete innamorati della copertina? Sicuramente sì. La copertina di un libro è il suo biglietto da visita e spesso e proprio l'immagine scelta a condizionare il lettore nell'acquisto. Alcune possono essere coloratissime, altre molto semplice ed essenziali. Ma quelle che piacciono di più in assoluto sono quelle più iconiche, ovvero, quelle che dall'immagine di copertina fanno capire esattamente cosa andremo a leggere. Alcune di queste copertine sono davvero da collezione, e ogni booklover sogna di averne almeno una nella propria libreria. Il sito Buzzfeed  ha proposto una lista delle copertine più belle, e più iconichedi tutti i tempi. Noi ve ne riproponiamo alcune. C'è anche la vostra preferita?

Le chiacchiere del Lunedì #8 - PRESENTAZIONE: Note sul suono - Marcello La Matina


Buongiorno a tutti!
E' Lunedì e finalmente ritorna la rubrica de "Le chiacchiere del Lunedì".
Oggi mi occuperò di produrre un rapido resoconto di una delle presentazioni alle quali ho assistito al Salone Internazionale del Libro di Torino.

La casa editrice marchigiana "Le ossa" ha organizzato una breve ma dettagliata presentazione di un libro a me molto caro, dal momento che è stato scritto dal Relatore della mia tesi di Laurea.
E' stata una presentazione interessante e si è svolta in un tempo davvero brevissimo. Lo ribadisco perché credo non sia semplice organizzare questo tipo di eventi e, dopo aver partecipato a diverse presentazioni durante quest'anno, ho maturato la convinzione che le presentazioni più riuscite siano quelle che riescono a comunicare un'idea del libro in modo conciso.
Le presentazioni prolisse e corredate da troppe letture e numerosi interventi rischiano di far perdere l'attenzione del pubblico, invece, le presentazioni che in 30 minuti spiegano tutto sono diventate le mie preferite.

 


"Le Ossa" è una casa editrice marchigiana che si occupa soprattutto di saggistica italiana e il loro obiettivo consiste nella ricerca e la pubblicazione di opere che spaziano dall'estetica alla filosofia.
A detta dell'editore l'opera "Note sul suono" intercetta pienamente la missione della casa editrice perché si rivolge a punti di vista dell'ambito accademico che hanno l'abitudine di essere nuovi e non troppo celebrati.
Di cosa si tratta?

TRAMA: Che cosa sono io e tu nell'enunciazione musicale? Come entra in gioco la soggettività, quando il corpo del suono si mostra nello spazio logico tracciato da una prosodia? Com'è legato il suono musicale alle prospettive ci chi lo produce? E perché sorprende sempre, quasi fosse inaspettato? Da queste domande prende avvio una ricerca che tocca alcuni punti cruciali del nostro esperire i linguaggi, come il rapporto fra denotazione ed esemplificazione, fra segno e simbolo, fra Occidente e Oriente.

Ad introdurre il libro è stato il Professor Gian Paolo Caprettini, uno dei più famosi semiologi italiani, che ha affermato che questo libro è ricco di elementi cruciali che investono la scelta di campo che l'autore fa rispetto a una visione del sapere complessivo che è la tradizione del linguaggio. La lingua è il luogo dove si fissa una tradizione, ma cosa c'è davvero nella mente di colui che parla, o nello specifico caso, cosa c'è nella mente di colui che suona?
Quello che abbiamo fornito allo stato naturale della lingua come trasferimento di un pensiero a un'altra mente è ciò che si sta ricercando nelle pagine di questo testo. dice Caprettini sfogliando l'opera,nel campo simbolico che produce differenze che non hanno a disposizione la perfezione ma solo l'uso di ciò che rimane. Perché ci sono musiche suonate bene e musiche suonate meno bene? Questo è l'orizzonte cruciale nel quale si è mosso l'autore. Mi ha fatto sorridere quando Caprettini ha affermato che soltanto a pagina 63 ha iniziato a capire il contenuto di questo saggio, prima di quella pagina sembrava incomprensibile per via delle tesi importanti che vengono trattate al suo interno; la corporeità dello spirito e la materialità della lingua, una dualità bastarda perché il corpo è sede di pulsioni simboliche straordinarie. Per far sì che il pubblico comprendesse nel modo migliore questa "idea", il Professor Caprettini ha proposto un'immagine che ha catturato la mia attenzione ricordando Ulisse che parla con il suo cuore e si inginocchia dinnanzi al suo corpo e fonda, in questo modo, la prima idea di coscienza capace di percepire emozioni. Stessa rivendicazione è proposta dall'autore e apre una frontiera che molti oscurano: coloro che credono che il linguaggio sia uno sforzo logico possono comprendere attraverso la musica che il linguaggio non è qualcosa tra due entità, tra l'entità me e l'entità te.
Il linguaggio è qualcosa che si crea durante la comunicazione tra me e te, dunque è una terza entità.

Gian Paolo Caprettini - Marcello La Matina - Martina Brunetti

In risposta a questo è intervenuto l'autore stesso, il Ph.D Marcello La Matina, affermando che il suono non è l'oggetto che il musicista produce, ché non gli appartiene perché il musicista è il primo ascoltatore dunque il suono non è un esso, ma allo stesso tempo non è solo l'io o solo il tu. Il suono è il paradigma dell'enunciazione per cui quando si studia il suono non si studia un  prodotto ma si studia una relazione interpersonale che il suono permette di istituire.

Ho ricevuto una copia autografata del libro e non vedo l'ora di iniziare questa lettura. Se siete appassionati di musica e linguaggi, in questo saggio troverete sicuramente numerosi spunti di riflessione esibiti in modo semplice e comprensibile. Effettivamente il libro riscrive e amplia le lezioni tenute dal Professor la Matina presso la Scuola di Pedagogia e Comunicazione Musicale di Macerata, durante il bimestre Gennaio-Febbraio 2013. Si tratta di un ciclo di sette lezioni tenute di fronte ad un uditorio di studenti e questo fa sì che l'opera non sia una mera disquisizione volta all'attenzione di pochi eletti, bensì una raccolta di lezioni ragionate alla portata di tutti. Sicuramente, a lettura terminata, vi proporrò una recensione del libro, ma nel frattempo spero di aver suscitato la vostra curiosità.
A presto!